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      UN PICCOLO MONASTERO IN TOSCANA
(Un petit monastère en Toscane)
   

Otar Iosseliani

       
        Sceneggiatura: Otar Iosseliani; fotografia: Lionel Cousin; montaggio: Otar Iosseliani, Marie-Agnès Blum, Annie Chevalley; suono: Martine Boisseau; missaggio: Elvire Lerner; produzione: La Sept - Sodaperaga - FR3; origine: Francia, 1988; durata: 53'
       
        Metafora gentile della vita semplice, Un piccolo monastero in Toscana è un breve documentario girato per la TV francese da Otar Iosseliani, simpatico e geniale cineasta di mezza età, nato in Georgia e residente a Parigi. Diciamo "documentario" per brevità, ma la definizione è inesatta: Iosseliani sostiene che nel cinema il documento non esiste, sullo schermo anche la fotografia della realtà diventa opera di fantasia. Cinque monaci agostiniani si ritirarono qualche anno fa nel monastero di Castelnuovo dell'Abate, presso Montalcino. Il film li sorprende in preghiera, ancora prima dei titoli, e sono i loro riti a scandire la giornata ideale del racconto. Ma i cinque non sono santi né eremiti: li vediamo zappare la terra, mangiare, lavare i piatti, fare l'autostop e perfino sostare all'osteria. Gli agostiniani non rifiutano il contatto con il mondo rusticano che li circonda, fervido di operosità riguardanti gli allevamenti, le raccolte delle olive, il vino, le lavorazioni sanguinolente della carne di maiale. Mentre i cacciatori ammazzano il cinghiale, i borghesi della città passeggiano nel corso con spreco di abbracci e baci prenatalizi, i nobili ascoltano nei loro palazzi carichi di storia l'eco della banda che scandisce in piazza i tempi di una festa folkloristica. Si balla dentro e fuori, Iosseliani stesso apre le danze sull'onda dell'entusiasmo per la scoperta di una dimensione che gli piace...La Toscana senese gli è tanto entrata nel sangue che conta di tornarci fra vent'anni, per girare un altro film negli stessi luoghi e con la stessa gente. Buon augurio, gradevole appuntamento, speriamo di esserci tutti.
Tullio Kezich La Repubblica 4.9.1988
       
       

Il regista georgiano abbandona Parigi e scende dalle parti di Montalcino, per verificare forse la possibilità di uno sguardo vergine sul mondo, e un petit monastère", con i suoi cinque monaci agostiniani venuti qualche anno fa dalla Francia per farlo rivivere, ne rappresenta l'occasione. La loro tranquilla ritualità scandisce il racconto: il restauro dei manoscritti, la lettura delle Scritture, ma anche pasti buoni, il caffé in giardino, le passeggiate in campagna. Fuori dal monastero altri riti di serena quotidianità che si ripetono, quelli di un mondo contadino ricco, la cura del Brunello, la raccolta delle olive, la caccia al cinghiale, poi la domenica in piazza a fare come buoni borghesi un po' di salotto. Troppa armoniosità bucolica in questa campagna senese col suo intrecciarsi di sorrisi e risate, canti gregoriani e ballate popolari? Probabilmente sì, ed è lo stesso Iosseliani il primo ad ammetterlo, ma davvero non ha molta importanza, perché poi, come sempre, anche quando si tratta di cinema "documentario", ciò che importa è aderire attraverso le immagini al proprio universo emozionale tracciando le architetture della fascinazione. Marzia Milanesi "Cineforum" n. 277, settembre 1988 Costruito per contrapposizione di spazi e per addensamento di suoni inarrestabili (non c'è un solo momento di silenzio), Un piccolo monastero in Toscana di Otar Iosseliani materializza sullo schermo un leggerissimo-pesantissimo velo mistico, in intermittente contatto fra spirito e materia. I luoghi dell'apparenza sono quelli della campagna di Montalcino: le chiese, le scarpe, gli abiti eleganti, la domenica in piazza, i cacciatori, i contadini, i frati. I riti sacri (la preghiera dei religiosi), i riti profani (la caccia, la festa di paese) e quelli quotidiani (i contadini al lavoro) coesistono in una calda ambiguità di lettura che ha il nome di documentario e ne tradisce la forma, sull'orlo di un abisso, affidando i nodi di racconto ad una solitudine "alta" e segreta. Quanto più i suoni si sovrappongono e si raddensano in una materia vibrante e continua, in un tutto-pieno palpitante che mescola i canti gregoriani con la musica "d'uso" della banda, in piazza, e, ancora, le "tracce" di Eros Ramazzotti, tanto più lo spazio si spiega e si allarga nei nostri occhi in lirica indecifrabilità. Nella luce crepuscolare noi non conosciamo più, di colpo, le coordinate: dov'è il monastero, dov'è il paese, dov'è la chiesa in cui, talvolta o abitualmente, chissà, i frati celebrano la messa. Lo spazio è concavo e senza approdi, e tutto il film è la lenta volontà di fluire verso una conclusione che forse non ci sarà, perché avverrà solo "tra vent'anni, con gli stessi personaggi, se tutto va bene". Sprofondamento di una fine che annuncia, come una parola di fede, un inizio che avverrà. C'è dolore in questa apertura, in questo distacco, alla fine del film, che non è solo il dolore del non-finito, ma, realmente, la percezione di un in-finito continuo e inarrestabile, nonostante i luoghi, nonostante loro, e noi. E' l'invincibile fragilità del cinema, la tangibile annunciazione della perdita, l'inestinguibilità dell'immagine. Daniela Turco Filmcritica n. 388-389, ottobre-novembre 1988