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      IL CASANOVA DI FEDERICO FELLINI
   

Federico Fellini

       
       

Soggetto: dalle Memorie di Giacomo Casanova; sceneggiatura: F. Fellini, Bernardino Zapponi; fotografia: Giuseppe Rotunno; scenografia: Danilo Donati; musica: Nino Rota; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Donald Sutherland (Casanova), Margaret Clementi (Maria Maddalena), Clarissa Mary Roll (Anna Maria), Chesty Morgan (Barberina), Cicely Browne (marchesa d’Urfé), Tina Aumont (Enrichetta), Mariano Brancaccio (il ballerino), Carmen Scarpitta e Diane Kourys, (le signore Charpillon), Sandy Allen (la gigantessa), Mario Gagliardo (il cocchiere Righetto), Olimpia Carlisi (Isabella), Silvana Fusacchia (sorella di Isabella), Angelica Hansen (la gobba), Marie Marquez (madre di Casanova), Leda Lojodice (la bambola meccanica), Luigi Zerbinati (il papa), John Karlsen (lord Talou); produzione: Pea; origine: Italia, 1976; durata: 170'.

       
        LA STORIA
Ormai vecchio, Giacomo Casanova fa il bibliotecario del Conte di Waldestein, e rievoca la sua vita. Durante il carnevale di Venezia accetta di mostrare la sua valentia amorosa con suor Maddalena e compiacere così l’amante di questa, l’ambasciatore di Francia da cui Casanova spera di ottenere benefici. Ma è arrestato dall’Inquisizione con l’accusa di magia nera. Fugge dal carcere dei Piombi ed è a Parigi ospite della Marchesa d’Urfé che vuole ottenere da lui il segreto dell’immortalità. Poi Casanova lascia Parigi e riprende la sua frenetica attività di seduttore, nel vortice dei suoi amori. Quello infelice con Henriette, che lo fa disperare e deprimere come quando, credendo di avere la sifilide, pensa al suicidio. E le avventure romane, l’amore fatto per ben otto volte di seguito; la malattia; l’incontro con il Papa e con Voltaire, e quello con la madre ormai ben poco interessata alle sue sorti. Infine la vecchiaia, il suo fascino che svanisce, l’oblio delle corti, fino alla solitudine di un ballo con una bambola meccanica, ricordo di un passato sempre più lontano.
       
        LA CRITICA
Casanova è, forse, il miglior film di Fellini dopo Otto e mezzo, probabilmente il più svincolato dal fellinismo, certamente il più unitario e compatto (e non ha molto senso discettare se era proprio necessario arrivare alle 2 ore e 43 minuti di durata) per ricchezza e genialità di invenzioni figurative, tenuta narrativa, sapienza nel contemperare l’orribile col tenero e il favoloso con l’ironico, capacità di passare dal caricaturale al visionario. È sempre stata una delle peculiarità del suo talento, ma qui, pur con qualche ripetizione, si mantiene a un alto livello di omogeneità, appoggiata a un tessuto fonico che, nel suo raffinato mistilinguismo, è ammirevole quanto la stupenda tavolozza cromatica della fotografia di Rotunno.
Morando Morandini, Il Giorno, 11 dicembre 1976
       
        Il Casanova non è un romanzo cinematografico, non ha progressione logica né veri nessi di racconto. I raccordi fra i nove o dieci capitoli sono rapidi e precari, ricordano le didascalie nei “comics”. Il gran circo di Federico Fellini appartiene all’avanguardia, come hanno ben capito i cineasti americani dell’”underground” fin dai tempi di Otto e mezzo. Nonostante i miliardi spesi con prodigalità, non ci troviamo dalle parti di quella che Flaubert chiamava “l’arte industriale”; siamo più vicini alla monoliticità, al “privatismo” e alla sfacciataggine di un Andy Warhol. Perciò il paragone, che l’attualità suggerisce fra Barry Lindon e Casanova registra più difformità che convergenze. Kubrick prende sul serio il romanzo ottocentesco e l’ambientazione settecentesca, le connotazioni sociologiche e politiche della vicenda: ha l’aria di aver letto e annotato un’intera biblioteca, di avere un suo giudizio morale sull’epoca e sul personaggio. Fellini ha sfogliato l’Histoire casanoviana come l’elenco telefonico, non ha in apparenza da proporre che impressioni, risentimenti, sfottiture. Però... Anche qui c’è un però: se il ‘700 rievocato di Kubrik ha le sue profonde motivazioni culturali, il ‘700 sognato di Fellini ha l’allarmante e misteriosa qualità di una visione profetica. Forse Jung avrebbe detto che Il Casanova è una profezia sul passato.
Tullio Kezich, La Repubblica, 11 dicembre 1976