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      L’ARTE DI ARRANGIARSI
    Luigi Zampa
   
       
       

Soggetto: da un racconto di Vitaliano Brancati; sceneggiatura: Vitaliano Brancati, Luigi Zampa; fotografia: Marco Scarpelli; costumi: Maria De Matteis; scenografia: Mario Chiari, Mario Garbuglia e, per le scene dell'inferno, Alberto Boccianti; musica: Alessandro Cicognini; montaggio: Eraldo Da Roma; interpreti: Alberto Sordi (Rosario Scimoni detto Sasà), Elli Parvo (Emma), Luisa Della Noce (Paola), Franco Coop (il sindaco), Armenia Balducci (Lilli De Angelis), Elena Gini (Mariuccia Giardini), Carletto Sposito (il duca di Lanocita), Gino Buzzanca (il barone Mazzei), Marco Guglielmi (l'avv. Giardini), Franco Jammonte (Pizzarro), Gianni di Benedetto (l'onorevole Toscano); produzione: Documento Film; distribuzione: Cineteca Nazionale; origine: Italia, 1954.

       
        Sasà è un uomo che sa approfittare delle circostanze. A vent’anni è nipote e segretario del sindaco della sua città e cede a un guappo documenti compromettenti. I socialisti sembrano i futuri vincitori e Sasà passa dalla loro parte divenendo il braccio destro dell’onorevole Toscano e l’amante della moglie. Toscano, che attacca gli avversari sulla base dei documenti di Sasà, è condannato per diffamazione. Sasà vive tranquillamente con la moglie di Toscano finché, allo scoppio della prima guerra, pur dichiarandosi interventista, simula la follia per restare a casa. Sposa in seguito una ragazza brutta ma ricca e, sotto il fascismo, sarà fascista e gerarca. Caduto il regime, Sasà diventa comunista e truffa, con l’idea di far fare un film ad una sua protetta, una congregazione religiosa. Scoperto, tenta di corrompere un funzionario, ma finisce in galera. Uscitone, riprende la sua attività di truffatore. Travestito da tedesco fa la pubblicità alle lamette la barba.
       
        L’arte di arrangiarsi non arriva ad essere un buon film perché Sasà non arriva a capir niente, a rendersi conto di niente. Egli è il pulcinella di un mondo che ha pressappoco, anche nei suoi esponenti positivi, la sua dimensione, non esiste prospettiva, ombre e luci, tutto è piatto e lineare, scolastico, anche se descritto con molta grazia e pungente ricostruzione ambientale, narrato con ammiccamenti gustosi. Questo film tocca sporadicamente, o in esattezza evanescente, il quadro generale dopo aver attinto, in una costanza divertita e salace, al particolare di un individuo che non è come tanti altri né come se stesso. E questo caricare di grotteschi schematismi un personaggio facendolo emblema di una società poteva riuscire meglio a Brancati nel suo campo, nel racconto, nel romanzo o nell’elzeviro, non nel cinema che pure, egli solo con Zavattini tra i nostri letterati, ha amato di sincero amore.
G. Turroni, Filmcritica, 4-5/1955, n. 47-48
       
        (...) (L’arte di arrangiarsi) è la storia (storia del costume, s’intende) di trent’anni di vita italiana visti di riflesso, attraverso le vicende di un “furbo”, uno dei tanti “furbi”, di cui è stata ed è tuttora piena la nostra vita pubblica. Però, ogni tanto, queste persone pagano, come facciamo vedere nel nostro film (...).
Non ho avuto il minimo dubbio nell’affidare a Alberto Sordi la parte di Sasà Scimoni. Sarà un Sordi diverso dal solito, vedrà, un Sordi amaro, un po’ come quello dei Vitelloni. Egli dovrà incarnare infatti il conformista per eccellenza, l’uomo senza idee e senza fede, dalla mentalità meschina. Non è certo un criminale, Sasà; ma ciò non toglie che simili persone siano estremamente dannose alla nostra società.
Però al film, nonostante il quadro in un certo senso sconsolante che offriamo, Brancati ed io vogliamo dare un tono abbastanza ottimista, nel senso che ci dimostriamo fiduciosi che la nostra società riesca, presto o tardi, a espellere dal proprio corpo i “furbi”, come Sasà Scimoni. Tenga presente, tuttavia, che non parliamo della grossa disonestà organizzata; quello è un altro problema, che nel film non abbiamo neppure preso in esame (...). Anche il fascismo sarà visto di riflesso, o meglio, lo vedremo nel personaggio di Sasà Scimoni, ma certo meno che in Anni difficili o in Anni facili. Avrà lo stesso “peso” che gli ho dato nella Romana, rimarrà cioè sullo sfondo; anche La romana, del resto, è la storia di un certo costume, di una crisi nella vita italiana (...).
(Dichiarazione del regista cit. da Franco Giraldi in L’eco del cinema, 31/7/1954)