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“Capitolo
primo.
Adorava New York, la idolatrava smisuratamente. Ah no, è meglio la… la
mitizzava smisuratamente, ecco. Per lui in qualunque stagione questa era
ancora una città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi
di George Gershwin. Aaah… No, fammi cominciare da capo.
Capitolo primo.
Era troppo romantico riguardo a Manhattan, come lo era riguardo a tutto
il resto. Trovava vigore nel febbrile andirivieni della folla e del traffico.
Per lui New York significava belle donne, tipi in gamba che apparivano
rotti a qualsiasi navigazione. No stantio, roba stantia, di gusto… insomma
dai, impegnati un po’ di più, da capo.
Capitolo primo. Adorava New York. Per lui era una metafora della decadenza
della cultura contemporanea. La stessa carenza di integrità individuale
che porta tanta gente a cercare facili strade stava rapidamente trasformando
la città dei suoi sogni... No, non sarà troppo predicatorio? Insomma guardiamoci
in faccia, io questo libro lo devo vendere.
Capitolo primo.
Adorava New York, anche se per lui era una metafora della decadenza della
cultura contemporanea. Come era difficile esistere in una società desensibilizzata
dalla droga, dalla musica a tutto volume, televisione, crimine, immondizia…
troppo arrabbiato, non voglio essere arrabbiato.
Capitolo primo.
Era duro e romantico come la città che amava. Dietro ai suo occhiali dalla
montatura nera acquattata ma pronta al balzo la potenza sessuale di una
tigre… no, aspetta, ci sono. La Rapsodia in blu di Gershwin che
fino a questo punto ha fatto da discreto sottofondo esplode a occupare
tutto il sonoro, mentre alle immagini di persone, gente, strade affollate,
musei, parchi che hanno visualizzato il monologo fuori campo succedono,
magnifiche e maestose, le immagini tradizionali di Manhattan, scorci di
grattacieli tra boschi e nuvole, luminosità di Broadway, incredibili notturni
da cartolina, riprese aeree della sopraelevata e infine fuochi artificiali
che esplodono di notte illuminandola."
A Manhattan, Tracy ama Ike che ama Mary che ama Yale che è sposato con
Emily ma ama anche Mary. Tracy, la diciassettenne spontanea, sognante
e un po’ lenta, fa il liceo, mentre tutti gli altri, ultratrentenni e
quarantenni, comunque “appartenenti ad un altro evo di idee”, fanno di
mestiere gli intellettuali. Tutti, in questo film, scrivono libri (Jill,
l’ex moglie di Ike, che lo ha piantato per andare a vivere con un’altra
donna e sta scrivendo un libro sul loro matrimonio), si propongono di
scrivere libri (Yale, che da sempre deve finire un libro su O’Neil), tentano
di scrivere libri (Ike, che abbandona esasperato il proprio lavoro di
autore televisivo per scrivere un libro su New York), temono di non saper
scrivere libri (Mary).
È un film dove la dinamica che regola il gioco delle coppie è indissolubilmente
legata allo stato “culturale” dei protagonisti, dove l’impotenza creativa
che investe la vita pubblica dei personaggi si riflette puntualmente sulla
loro vita privata. Sarebbe riduttivo infatti considerare Manhattan
un semplice film d’amore (o di amori), come sarebbe riduttivo considerarlo
solo una caustica presa in giro delle idiosincrasie e delle mistificazioni
dell’intellighentia new-yorkese. Tutto organizzato sui ritmi e i tratti
della sophisticated comedy anni Trenta (ma senza dimenticare i
tempi meditativi e monologanti tipici di Allen), punteggiato di battute
che a questa più o meno esplicitamente rimandano (“è di Noel Coward, non
mancano che i cock-tails” o Mary definita “vincitrice del premio Zelda
Fitzegeral”, chissà per quali motivi “divulgativi” modificati per il pubblico
italiano in “sta diventando un film commedia anni ’50, qualcuno dovrebbe
cominciare a servire dei martini” e in “premio Zsa Zsa Gabor”), Manhattan
è in realtà un film amaramente rassegnato; è la calibrata, feroce
e autocritica descrizione dello stato esistenziale e dello “stile” di
vita che caratterizza una generazione insoddisfatta, la quale, viva essa
nel cuore o alla periferia dell’impero, si caratterizza per la generalizzata
incapacità a programmare secondo un “senso” definito la propria vita.
Non è un caso, infatti, che il concetto che ricorre più frequentemente
nel film sia quello del “mettere ordine nella propria vita”, volontaristico,
programmatico e sempre puntualmente disatteso, non solo per pigrizia e
malafede, ma soprattutto per l’impossibilità a tradurre in azione la confusione
e le tensioni interiori. Il gioco delle coppie così viene semplicemente
a costituire la traccia narrativa portante del racconto interiore di tante
solitudini ingarbugliate e tra loro perfettamente simili, dove nevrosi,
ansie creative non realizzate, fraintendimenti etici, incomunicabilità,
frustrazioni, mass-media, psicanalisi, miti culturali la fanno da padroni.
Un film pieno, quindi, dei temi che Allen è andato sviluppando con sempre
maggior precisione lungo l’arco di tutto il suo lavoro di sceneggiatore,
comico e regista, temi che trovano qui un’espressione particolarmente
puntuale, una sintesi interna esemplarmente armonica.
Emanuela Martini, Cineforum n. 191, 1980 |