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Parlare
di A qualcuno piace caldo, uno dei più perfetti e complessi film-commedia
di Wilder, costituisce l’occasione migliore per precisare e approfondire
il discorso sulle strutture stesse della commedia wilderiana.
Cominciamo, come sempre, dall’inizio: perché l’avvio alla serie di avventure,
fughe e travestimenti dei giovani suonatori d’orchestra Joe (Tony Curtis)
e Jerry (Jack Lemmon), viene dato da un avvenimento tragico e sanguinoso
come la strage del giorno di San Valentino? In questo stesso volume, nel
“Piccolo dizionario wilderiano”, si può leggere la risposta di Wilder:
per rendere credibile il fatto che due giovanotti, travestiti da donna,
innamorati di Marilyn Monroe, resistano alla tentazione di rivelarsi come
uomini, occorreva un impatto traumatico e violento, qualcosa che li avesse
spaventati per bene; dunque, niente di più leggero d’un massacro avrebbe
fatto al caso.
Questa risposta è molto chiara, anche se andrà, come vedremo, approfondita;
per intanto, significa che la commedia di Wilder, per “pazza” che possa
essere (e questa indubbiamente lo è), non rinunzia mai a munirsi d’un
solido punto di partenza ancorato nella verosimiglianza. Alieno da ogni
suggestione “surrealistica” o “dada”, anche nel senso marxiano (dei fratelli
Marx), Wilder riesce a scatenare la fantasia solo se è cautelato alle
spalle con un effetto-realtà che sia saldamente basato sulle convenzioni
proprie al “genere”: così, per esempio, l’incubo di Lost Week-End
è supportato dal suo presentarsi come visione d’un alcoolizzato, le buffe
sequenze di “seduzione” o di “assassinio” in Seven Year Itch si
giustificano come “fantasticherie” di Tom Evell, ecc.. In questo, Wilder
sembra aver profondamente introiettato le cautele e le auto-censure del
cinema hollywoodiano, ma i suoi film non sarebbero quello che sono, e
ci interesserebbero molto meno, se le cose fossero così semplici: in realtà,
ciò che in altri costituirebbe il semplice spunto o pretesto, più o meno
verosimile, per l’avvio del meccanismo comico, in Wilder risulta legato
al suo svolgimento da profonde affinità strutturali. Cos’è che rende terribile
la scena del massacro di San Valentino, tanto terribile da indurre
due giovanotti a fuggirsene travestiti da donna? Sono i morti, il sangue,
la ferocia dei gangster, la paura di essere a loro volta uccisi? Noi diremmo
solo che quello che spaventa Joe e Jerry è l’essere stati testimoni
d’una scena proibita, l’aver violato l’interdetto dello sguardo su
ciò che non doveva essere veduto: con ciò, non diciamo nulla di più
di quello che è esplicitamente contenuto nella lettera della motivazione
della fuga e del travestimento, e al tempo stesso diciamo qualcosa
di più, se è vero che la connotazione mascherata d’ogni scena proibita
è il fantasma freudiano della scena primaria. La paura di Joe e
Jerry che i gangaster li uccidano, diventerebbe dunque angoscia di castrazione
del piccolo testimone indiscreto sorpreso dai genitori, sicché l’esorcismo
simbolico contro questo pericolo non potrà che consentire nel diventare
donna.
Questa struttura “forte”, come se non lo fosse abbastanza, viene, con
tipico procedimento, raddoppiata: nel momento in cui “Ghette” (George
Raft) e i suoi scherani vengono fatti fuori dal killer di “Bonaparte”
(Nehemiah Persoff), nascosto in quell’ennesimo involucro gravido
wilderiano che è la grande torta di compleanno, la morte dei loro persecutori
dovrebbe definitivamente liberare Joe e Jerry; ma è proprio allora che
essi si ritrovano nell’identica situazione di testimoni nascosti
(sotto il tavolo, e qui la suggestione infantile non ha bisogno di essere
sottolineata) di un’altra scena proibita, che li risospinge alla
fuga e al travestimento, ribadendone fino in fondo (specie in Jerry-Daphné-Lemmon)
la perdita d’identità. L’esperienza angosciosa della scena primaria
dunque si ripete, rinsaldando il cerchio d’un incubo déjà vu: ma
nello stesso tempo le tappe di questa ripetizione, la possibilità stessa
di metterla in scena, riposano sull’efficace mascheramento offerto a Wilder
dalle strutture canoniche del film comico, a loro volta basate, del resto,
su arcinoti archetipi classici (il travestimento, l’inseguimento ecc.).
Wilder non farebbe mai un film “psicoanalitico”, cioè d’un genere la cui
convenzione sarebbe l’assunzione stessa dell’atto di smascheramento; si
costruisce invece pazientemente un reticolo di “giustificazione”, che
corrisponde punto per punto al reticolo offertogli dal genere “commedia”,
in modo di poter arrivare a liberare il discorso dell’ambiguità con
apparente (e illusoria) “innocenza”.
Alessandro Cappabianca, Wilder, Il Castoro Cinema, 1976 |