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      L'ANIMA DI UN UOMO - THE SOUL OF MAN
   

Wim Wenders

       
       

Sceneggiatura: Wim Wenders; fotografia: Lisa Rinzler; montaggio: Mathilde Bonnefoy; scenografia: Liba Daniels; interpreti: Laurence Fishburne (narratore), Chris Thomas King (Blind Wille Johnson), Keith B. Brown (Skip James), Marc Ribot, Lucinda Williams, Lou Redd, Los Lobos, T-Bone Burnett, Shemekia Copeland; produzione: Margaret Bodde, Alex Gibney per Road Movies Filmproduktion; distribuzione: Mikado; origine: Germania/Usa, 2003; durata: 100'.

       
       

È il primo di un progetto di sette film dedicati al blues. La serie inizia con il viaggio dall’Africa al Delta del Mississippi dove la musica si è sviluppata dalle grida nei campi, le canzoni di lavoro e i cori in chiesa, percorre il Mississippi nei locali con juke-box, le feste in casa e gli studi di registrazione di Memphis e Chicago, e culmina col coinvolgimento e la fusione emotiva di questo ritmo afro-americano ad opera dei musicisti e della gente di tutto il mondo. Wenders esplora la musica e la vita di tre dei suoi artisti blues preferiti: Skip James, Blind Willie Johnson, J. B. Lenoir.

Più che un documentario come Buena Vista Social Club, dove Wim Wenders si ritraeva lasciando la scena ai vecchi maestri cubani, L’anima di un uomo è un poema in immagini: un canto d’amore per la musica da parte del regista tedesco, nella cui opera la musica va acquistando un’importanza sempre maggiore. Tutto è nato da un’idea di Martin Scorsese, che ha deciso di consacrare al blues sei film affidandoli a registi diversi. La scelta di Wenders è caduta su due bluesmen mitici (ma semisconosciuti), Skip James, che passò al gospel e – già malato di cancro – fu tra i protagonisti dei grandi concerti di Newport nel ’64 e ’65, e il geniale J. B. Lenoir, morto prematuramente in un incidente d’auto. Poi ne ha aggiunto un terzo, il pioniere Blind Willie Johnson, cantante cieco vissuto in perfetta povertà che nel film svolge la funzione di narratore. Wim mescola sapientemente materiali di repertorio ripuliti e rimasterizzati con ricostruzioni in bianco e nero, interpretate da attori e che simulano la fotografia d’epoca. Racconta l’arte dei protagonisti assieme alla loro personale vicenda umana; sottolineandone, al caso, il messaggio pacifista e antirazzista. Evita le interviste, che fanno troppo documentario, ma si preoccupa di toccare il pubblico più vasto inserendo brani in cui le canzoni di James e Lenoir sono riadattate da musicisti contemporanei come John Mayall, Lou Reed, Los Lobos, Nick Cave, Marc Ribot: anche per marcare l’evoluzione del blues nel jazz e nel rock, fino al rap, mostrando come esso conservi intatta la sua forza attraverso gli inevitabili cambiamenti. L’anima di un uomo è il risultato di un’idea molto nitida, che ne fa qualcosa di diverso da un documentario, di opposto a un videoclip: quella che il blues, pur trattando di problemi concreti e quotidiani, sia una musica metafisica e che la sua essenza sia la speranza – di una vita migliore sulla Terra e oltre – ossia la continua opposizione tra ciò che è ciò che sarà, o dovrebbe essere.
Roberto Nepoti, la Repubblica, 7/6/2003


       
        La musica offre al regista sentimenti di primordiale complicità con la profondità dello spirito americano. In questo senso L’anima di un uomo è parte perfetta del puzzle cinema di Wenders, che non a caso ora gira un western nel Grande Paese scritto dall’amico Sam Shepard. Per chi ama il blues questo film è una manna, mixa eleganza formale e turbamento sostanziale, esprime ciò che la musica fa scoppiare nella mente di un uomo, tra profonde solidarietà su antiche ma sempre attuali ingiustizie. Wenders racconta ricreando il neo realismo l’umanità dei dimenticati: la musica è al crocevia di importanti scelte di vita. Si inizia e si finisce nell’assoluto spaziale, omaggio a 2001 di Kubrick, che su musica e cinema aveva liberato ogni fantasia.
Maurizio Porro, Corriere della Sera, 7/6/2003