|
||||||
| ANTIGONE (Antigone) |
||||||
| Jean-Marie
Straub |
||||||
| Sceneggiatura: Jean-Marie Straub, da testi di Sofocle, Holderlin, Brecht; fotografia: William Lubtchansky; montaggio: Danièle Huillet, Jean-Marie Straub; suono: Louis Hochet; interpreti: Astrid Ofner (Antigone), Ursula Ofner (Ismene), Libgart Schwarz (Botino), Werner Rehm (Creonte), Albert Hetterle (Tiresia), Hans Diehl, Kurt Radeke, Michael Maassen, Rainer Philippi (il Coro dei vecchi); produzione: Regina Ziegler Film-produktion (Berlino); origine: Germania/Francia, 1992; durata: 99’. | ||||||
| Antigone
o la disubbidienza, l’insubordinazione che Jean-Marie Straub, ricordando
il Collegio gesuita, afferma non essere solo una virtù poetica. Antigone
sorella di Empedocle; come lui testimone “transitoria” del sacro. Perché
transitoria? Forse perché il sacro, talvolta, è luogo di resistenza o
identità in negativo. O anche perché quando tutto si trasforma in merce,
può essere necessario rifare il cammino di un passato rimosso con violenza.
O, come scrive Benjamin a proposito delle traduzioni di Holderlin da Sofocle,
precipitare il senso: “di abisso in abisso”(1), ma per riportarlo nell’attualità
con forza provocatoria e saggezza. “La storia è oggetto di una costruzione
il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma quello pieno di “attualità”
– dice sempre Benjamin – Così, per Robespierre, la Roma antica era un
passato carico di attualità, che egli faceva schizzare dalla continuità
della storia...” (2) Sofocle, Holderlin, Brecht. Ora Huillet-Straub nel
teatro greco di Segesta. Un luogo già visto e trasfigurato per Mosè e
Aronne. Un luogo sospeso fra terra e cielo; un’arena sulla quale, però,
grava un’altra altezza. Antigone o il punto d’arrivo della tragedia, che
non è: “...la narrazione d’un risolto ma l’ipotesi d’un dilemma che gli
dèi o il destino troncano invece di sciogliere...” (Rossanda) (3), e “sta
nel fatto che, nel conflitto, le due parti hanno in linea di principio
egualmente ragione, ma nei fatti ciascuna concepisce il vero contenuto
positivo del suo fine come una negazione di quello dell’altro... cosa
che li rende entrambi colpevoli...” (4); Antigone o il punto di fuga.
Il terrestre. Così sembra intuirla Brecht attraverso la traduzione “radicale”
e “stupefacente” di Holderlin: “...il ‘destino’ si elimina per così dire
da solo, strada facendo. Degli dèi rimane solo il santo patrono popolare,
il dio della gioia. Mano a mano che vado avanti nel rifacimento delle
scene, emerge dalla nebbia ideologica la leggenda popolare quanto mai
realistica” (5). Dalla serva inginocchiata che ormai tace, la camera muove
verso sinistra. Il coro segue di poco: “...ma colei che tutto vide poté
solo aiutare il nemico...”. La camera inquadra frontalmente un’alta collina,
si ferma, il coro conclude: “...e non basta mai a continuare a vivere,
senza pensiero e lievemente, di tolleranza in delitto e diventare saggi
con l’età”. La collina è un monumento naturale integro, giusto nella sua
forma; la parte bassa dell’inquadratura porta uno zoccolo di pietra, traccia
di un monumento storico in rovina. La camera resta ferma il tempo necessario.
Poi, lo stacco: parole scritte di Brecht (1952): “...la memoria dell’umanità
per le sofferenze patite è meravigliosamente breve...” e rumore di elicotteri
da guerra; un potente frullio assieme al rombo, che risponde alle voci
appena smesse. Ecco l’altra altezza, il senso di pressione più volte avvertito
in precedenza. Non quella degli dèi, ma dell’oggi. Lo zoccolo di pietra,
sagomata taglia l’immagine del monumento naturale; una banda di lastre
divide in due la terra dell’arena e stabilisce il confine scenico, dei
ruoli; torna dal passato e dura, uguale a sé stessa, nel presente: “...E
la terra sublime dei Celesti – recita il coro all’inizio – l’incorruttibile,
l’infaticata...”. Ma è terra secca in entrambi i campi, non scorticata
dallo “sforzo dell’aratro”; la terra a cui Antigone ha voluto ricondurre
il fratello morto, ben sapendo che altro rimane dopo i doveri del sacro;
“...terra è fatica – ribatte a Creonte che l’accusa di oltraggio – il
paese natale non è solo la terra...”. L’altezza dell’oggi è anche l’altezza
per cui Creonte si illude affacciandosi sul paesaggio: “...Quando marciai
su Argo!”. Questo paesaggio è lo stesso che noi vediamo; la focalità uniforme
annulla ogni cronologia: qui è Creonte che indica il luogo lontano della
conquista, là una campagna attraversata all’autostrada; qui il passato,
là il futuro, in un presente che si impone e annulla entrambi. “...Il
rispetto dello spazio è altrettanto importante della sua costruzione –
afferma Straub(6) – . Così si può aiutare la gente a capire lo spazio
in cui viviamo, a farsi delle domande. Il cinema si apparenta alla musica
più che a qualsiasi altra arte, perché la musica lavora sul tempo e il
cinema sembra lavorare con e sullo spazio, ma in realtà un film è interessante
solo se riesce a condensare dello spazio per farne del tempo. Più lo spazio
diventa preciso, più lo puoi condensare per trasformarlo in tempo”. Ecco
allora, di nuovo, lo stupendo movimento col quale il film si conclude:
la collina, lo zoccolo di pietra sagomata (rovine dell’antichità, rovine
ora), lo stacco sulle parole scritte di Brecht, gli elicotteri da guerra.
So quanto Huillet-Straub disprezzino la metafora; Straub in proposito
usa ricordare Kafka quando nel suo diario afferma che la metafora fa disperare
di scrivere: come posso dire, per evitarla? Illuminazione, forse, che
fissa la materia del tempo e, appunto, la condensa in uno spazio; che
depura l’immagine di ogni viziata retorica e la trova come sintesi di
sguardo: “...l’unica difficoltà vera del lavoro che si chiama artistico
– dice ancora Straub – sta appunto nel trovare l’equilibrio tra “il pensiero
non prima della forma” e “la forma non prima del pensiero”, arrivare gradualmente
al punto in cui nessuno dei due termini precede l’altro”(7). La gradualità
noi possiamo solo supporla; l’illuminazione è quel che ci viene offerto.
Antigone e l’albero. Sempre lo stesso che a lei, come a Emone, fa corona
nei controcampi del contrasto. L’albero che rimane dopo l’uscita di scena
dei personaggi, e si abbuia per i mutamenti del cielo. L’albero che si
allunga dal corpo eretto mentre lei, accanto alla banda confinaria di
lastre, si dispone al sacrificio. Antigone come Empedocle, che “...ha
fatto modernamente rinascere il sacro – in una società così empia...”
(8), e vuole ridare il fratello alla terra, cioè alla natura, alla vera
divinità. Antigone o la protesta: “...non parlate, vi prego, del fato
[...] parlate di chi mi sopprime innocente...”; la profezia: “...Non pensiate
[...] di essere risparmiati, sfortunati. Altri corpi, a pezzi, giaceranno
innanzi a voi insepolti”; la pietà come legge non scritta: “...Guardate,
signori di Tebe / unica superstite di stirpe / regale cosa io / soffra,
e da parte / di quali uomini, / per avere onorato / la pietà” (9). Antigone
o la passione. Da Sofocle, Holderlin e Brecht, i due cineasti giungono
forse a una svolta in senso drammatico. O meglio, sondano le possibilità
della forma epica fino a scoprirne l’implicito sentimentale. Già La morte
di Empedocle aveva dato segni, mentre Peccato nero (dalla terza versione
della tragedia holderliniana) stava sospeso, cioè fedele alla sua origine
frammentaria; Antigone, ora, incarna rabbia e abbandono. Come il personaggio
vibra indocile, rispondendo con la propria alle inquietudini del vento,
delle nubi e della luce, così è il film intero: mosso a strappi, talvolta,
invaso dagli umori di una recitazione mai vista, in Huillet-Straub, tanto
“vulnerabile”. E come Antigone ci appare un punto di fuga, così il film
viene esposto quanto mai prima, a doni della realtà. Tempo storico non
lineare, “tempo variabile”: il quadro incupisce con Antigone che sfida
Creonte: “...Perché era tuo – il decreto che essa ha osato spezzare –
di un mortale...”, e dopo, quando annuncia la definitiva uscita di scena:
“...Vi compiango viventi, per ciò che vedrete [...] Dite a chi chiede
di Antigone, l’abbiamo vista fuggire nella tomba”. Doni della realtà,
della natura. Huillet-Straub preferiscono chiamarli così, per stroncare
sul nascere ogni superflua chiacchiera circa il talento, lo stile o il
linguaggio. E sia. Non potranno però cancellare negli spettatori come
me il sospetto di qualche grazia; o di qualcosa – un aiuto al cielo –
che alla grazia somiglia. |
||||||
| (1) Walter Benjamin: Il compito del
traduttore; in Angelus Novus, Einaudi, 1981. (2) Walter Benjamin: Tesi di filosofia della storia; in Angelus Novus. (3) Rossana Rossanda: Antigone ricorrente - Saggio introduttivo a Sofocle: Antigone, trad. Luisa Biondetti, Feltrinelli, 1987. (4) Rossana Rossanda: saggio citato. La frase è presa da Hegel. (5) Bertolt Brecht: Diario di lavoro - 1942/1955, Einaudi, 1976. (6) Straub-Huillet: cineasti italiani - Quaderno informativo XXV Mostra Internazionale del Nuovo Cinema - Pesaro, 1989. (7) Straub-Huillet: cineasti italiani; cit. (8) Giorgio Baratta: Peccato nero; in Straub-Huillet cineasti italiani, cit. (9) Sofocle: Antigone, ed. citata. |
||||||