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| UN'ANIMA DIVISA
IN DUE |
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| Silvio Soldini |
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| Soggetto
e sceneggiatura: Silvio Soldini, Roberto Tiraboschi; fotografia:
Luca Bigazzi (colori); montaggio: Claudio Cormo; musica:
Giovanni Venosta; aiuto regia: Giorgio Garini; interpreti:
Fabrizio Bentivoglio (Pietro), Mària Bakò (Pabe), Philippine Leroy
Beaulieu (Miriam), Jessica Forde (Elena), Felice Andreasi (Savino) Silvia
Mocci (Lidia); produzione: Roberto Sessa per Aran s.r.l.; produttore
esecutivo: |
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| Un
sorvegliante di un grande magazzino a Milano (separato e con un figlio)
s'innamora di una zingara sorpresa a rubare. Fugge con lei ad Ancona e
cerca di rifarsi una vita, ma la convivenza fra le due culture non è facile.
Soldini inizia a proporre in questo film la sua personale poetica: la
solitudine metropolitana, la voglia di evadere dalla solita vita, l'apertura
mentale verso etnie e culture diverse, il viaggio visto sì come fuga ma
soprattutto come nuovo inizio. Più o meno gli stessi saranno anche i temi
dei successivi "Le acrobate" o di "Pane e tulipani". Nei film di Soldini
all'inizio scorre la normalità apparente: la routine di tutti i giorni,
con qualche momento di gioia (il protagonista che gioca con suo figlio
in una macchina scassata, fingendo di essere in un'avventura al mare)
e più spesso lo squallore di situazioni note (la sera da soli con la cena
davanti alla televisione). Poi però succede che il personaggio si trova
di fronte a situazioni che la maggioranza della gente risolve tirando
diritto per la sua strada (e in questo caso il film sarebbe già finito),
mentre lui prende una deviazione imprevista dalla via maestra e questo
lo porta in nuovi territori, sconosciuti ma appunto per questo affascinanti:
ed è questo che fa "accadere" il cinema. Soldini ha avuto molto coraggio
nel proporre questa storia d'amore fra un personaggio "normale" (l'ottimo
Fabrizio Bentivoglio, uno dei migliori attori, se non il migliore, degli
ultimi anni) e una rom. Gli zingari rappresentano una cultura totalmente
diversa dalla nostra, col loro rifiuto del lavoro e la vita nomade che
conducono: non c'era un modo migliore, probabilmente, per far diventare
questa storia quasi un simbolo di tutte le intolleranze e gli inevitabili
conflitti fra modi di vivere diversi che le recenti ondate di immigrazione
dal terzo mondo hanno portato in Italia. La cosa notevole di questo film
è che Soldini non ha bisogno di mettere in scena chissà quali soprusi
per incrementarne il contenuto drammatico: gli basta mantenersi su un
tono strettamente realistico e mostrare sia la mentalità dei rom (non
dicono "ho rubato" ma "ho trovato") sia quella italiana che, anche di
fronte ad una persona che sta lottando disperatamente contro se stessa
per integrarsi nella nostra società, ritiene che una rom sia in ogni caso
una ladra (il direttore dell'azienda di pulizie in cui lavora Pabe, zingara
e moglie del protagonista, la caccia non appena si sparge la voce che
sia una rom, nonostante si fosse dimostrata una lavoratrice modello).
La sceneggiatura centra il bersaglio: il dramma scaturisce dal confronto
fra l'amore che il protagonista mostra a Pabe (e che lei ricambia, anche
sforzandosi di vivere in modo diverso da com'era stata abituata) e la
diffidenza (se non l'odio) che gli italiani nutrono per i rom. Oltretutto
bisogna dire che, pur essendo un film drammatico, l'uso della bella colonna
sonora (musica etnica con venature "mediterranee") e qualche momento ironico
ben riuscito stemperano a tratti la tensione del film, che per il resto
non offre momenti di pausa (nonostante le sue due ore di durata) e nessuna
facile via d'uscita, come mostra bene l'enigmatico finale. Soldini dirige
in maniera ottima: da vedere assolutamente l'inizio, con l'intrecciarsi
di diversi piani di racconto durante un viaggio in metropolitana, ma anche
i frequenti e brevi carrelli ad inserire in una scena nuovi personaggi
ed elementi, il tutto supportato da una bella fotografia e da un montaggio
perfetto. Buona anche la recitazione di Marié Bakò nella parte di Pabe.
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