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| IL
VIAGGIO (El viaje) |
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| Fernando E. Solanas | ||||||
| Soggetto e sceneggiatura: Fernando E. Solanas; fotografia: Felix Monti; musica: Egberto Gismonti, Astor Piazzolla, Fernando E. Solanas; montaggio: Alberto Borello, Jacqueline Meppiel; scenografia: FernandoE. Solanas; costumi: Marisa Centanin; suono: Anibal Libenson; disegni: Alberto Breccia; interpreti: Walter Quiroz (Martín), Soledad Alfaro (Vidala), Ricardo Bartis (Salas, il sorvegliante), Marc Berman (Nicolás, padre di Martín), Chiquinho Brandao (Paizin ho), Franklin Caicedo ("Alguien Boga"), Carlos Carella ("Tito el Esperanzador"); produzione: Envar El Kadri e Djamila Olivesi per Cinesur/LesFilms du Sud /FilmsA2 / TVE S.A./Soc. Est. Quinto Centenario/Channel 4/IMCINE/CNC/Canal Plus /Antenne 2 / TeleMünchen /BIM/ Herald Ace/MaloFilms/Ist. Nac. Cin; origine: Argentina / Francia, 1992; distribuzione: BIM; durata: 126'. | ||||||
| Martin Nunca è un adolescente argentino che vive con la madre ed il patrigno a Usuhaia, uno sperduto paesino della Terra del Fuoco. Insofferente della grigia vita di provincia, del patrigno mediocre e di una scuola noiosa e piattamente burocratica, Martin decide di partire alla ricerca del padre, disegnatore di fumetti girovago e inquieto, che non vede da dieci anni. Il viaggio gli permetterà di scoprire le condizioni sociali, politiche, economiche e culturali del disastrato continente latinoamericano, e lo renderà consapevole della propria identità e della storia del suo Paese. | ||||||
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La mobilità inquieta sembra essere la cifra stilistica dominante negli
ultimi film del cineasta argentino, dal lacerato esilio politico e artistico
parigino dei protagonisti di Tangos al ritorno dal carcere, ‘tutto
in una notte’, popolato dai grotteschi e un po’ patetici fantasmi di una
vita del Floreal di Sur. Il lungo blues argentino,
la poetica dell’esilio e del distacco da sé e dai propri affetti
a causa di eventi storici drammatici che i dolenti personaggi di Solanas
non sono in grado di modificare, ritorna anche in questo film, ma si diluisce
nel viaggio iniziatico del protagonista attraverso le miserie sociali (ma
anche le ricche potenzialità culturali) del continente latinoamericano
e si scrolla di dosso la pesante eredità di un passato che non vuole
passare e l’amarezza del ricordo, assumendo, attraverso uno sguardo certo
non riconciliato con l’esistente, una valenza più immediatamente
politica. Il viaggio di Martin Nunca (interpretato dal giovane e molto espressivo Walter Quiroz) alla ricerca di sé, della propria identità, e delle proprie radici mitiche (il padre tanto a lungo sognato attraverso i suoi fumetti) nel momento del suo passaggio dall’adolescenza alla maturità e soprattutto nel momento in cui vengono a mancare tutti i valori di un’epoca, si trasforma perciò ben presto in un viaggio politico e culturale alla scoperta del paesaggio latinoamericano continentale, della sua memoria storica e delle sue molteplici culture popolari. Il percorso del protagonista di El viaje è quindi allo stesso tempo intimista e critico e l’opera nel suo insieme assume un carattere diurno che mancava sia a Tangos che a Sur così oscuri (anche nella caratterizzazione scenografica e ambientale) e ripiegati sulla partecipata contemplazione del dolore dei protagonisti. Sembra di percepire in questo ultimo lavoro di Solanas una rinnovata volontà di intervenire sulla realtà presente, forse coincidente con la parallela attività politica e culturale intrapresa di recente dal cineasta argentino all’interno del suo Paese, che si esprime in una forma di particolare "realismo magico" che evita tutti i luoghi comuni della piatta "ri-produzione" della realtà fenomenica e sociale (e quindi la ri-creazione acritica dei rapporti di forza che in essa si consumano) comune tanto al giornalismo televisivo quanto al documentarismo militante, per far emergere la forza del discorso, ed in cui non è difficile trovare analogie con tutta la tradizione letteraria sudamericana e con le leggende che attraversano tutta la cultura popolare di questo continente. Lo stile narrativo adottato da Solanas è perciò straniante (in senso brechtiano), linguisticamente complesso in quella sua struttura a capitoli in cui le immagini e le parole del viaggio si alternano alle ‘strisce’ di fumetti che raccontano in forma fantastica le vicende storiche e politiche del continente latinoamericano, e coerente con quel sentimento del grottesco (l’unione di reale ed irreale, di melanconia e satira, di grottesco e patetico) di cui il cinema argentino parla spesso nelle sue confessioni cinematografiche, scritte e verbali, uno sguardo, cioè, che nella rappresentazione della realtà inserisce in modo inestricabile l’analisi delle contraddizioni che la attraversano e quindi implicitamente la tendenza al loro superamento. Il mutamento del registro stilistico di Solanas è evidente fin dalla scelta del protagonista, non più un "reduce" acciaccato da mille ferite e con lo sguardo rivolto al passato, ma un giovane di oggi che, al di là del proprio istintivo disagio, ben poco conosce della storia passata sua e del suo Paese, e per questo disponibile a percorrere strade esistenziali nuove alla scoperta di sé e del mondo. Il viaggio di Martin Nunca attraverso Argentina (Terra del Fuoco e Patagonia) Perù, Brasile, Venezuela, Paraguay, Cile e Guatemala, ancor prima che nella geografia dei luoghi, inizia infatti in quella geografia ben più imprevedibile della fantasia, nel sogno di una vita diversa (non si diceva già, in tempi non sospetti, che per cambiare il mondo il faut rêver, "bisogna sognare"?), nel desiderio di fuga sia dall’ipocrisia istituzionale di quella scuola scalcinata dove i ritratti dei padri della patria cadono rumorosamente a terra nell’indifferenza generale o dove il cavallo di bronzo del Libertador viene trascinato via dal vento durante la cerimonia di inaugurazione del monumento sostituito nel frattempo da una sua ridicola copia di cartone, sia da quella, più sotterranea ma altrettanto pesante da sopportare, della famiglia e dei rapporti interpersonali dove il silenzio sulle infamie della passata dittatura militare o sull’autoritarismo ancora presente nei comportamenti dei padri è il prezzo da pagare per una tranquilla esistenza borghese. Martin fugge da tutto ciò all’inseguimento di tutte le storie che il padre gli ha raccontato attraverso i suoi fumetti (creati nella realtà da Alberto Breccia, celebre disegnatore argentino) e finisce per incontrare anche nella vita reale questi personaggi che rappresentano le diverse culture del continente. Come il bizzarro autista di camion Americo Inconcluso, un nero caraibico nato a Panama con alle spalle "sessanta dittature militari e non si sa quante invasioni" (compreso il bombardamento del suo Paese da parte dei militari Usa per catturare il cattivo mediatico di turno, ricordato in una delle "strisce" del film), detto el inventor de caminos (l’inventore di strade) per la sua capacità di immaginare ed inventare sempre nuove strade malgrado lui non le conosca. O come il traghettatore Alguíen Voga, moderno Caronte che conduce Martin in una Buenos Aires sommersa dagli escrementi, o ancora Tito el Esperanzador (Tito il portatore di speranza) che con il rumore del suo strano tamburo disturba la quiete dei nuovi uomini di potere (così simili a quelli vecchi pur nella loro nuova veste di efficienti tecnocrati) e annuncia il cambiamento. Ma nel suo percorso alla ricerca di un padre sempre sfuggente Martin si imbatte anche in personaggi e situazioni che, aldilà di ogni utopia dell’immaginario, gli rivelano la condizione attuale del continente sudamericano, stretta tra la miseria materiale della vita quotidiana e la decadenza morale di una classe dirigente più attenta ai diktat della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale (cioè degli Usa) che non ai reali bisogni dei popoli che governano, di una classe politica che "ha saputo trasformare il furto ai danni della comunità in un elemento di ordinaria amministrazione". Come l’esilarante presidente Rana, sotto le cui spoglie non è difficile riconoscere l’attuale presidente argentino Menem, che con un sorriso beota ripete ai giornalisti il suo motto preferito, "argentino, tuffati e nuota", e che, durante la riunione dell’Organizzazione dei Paesi Inginocchiati, al cospetto del presidente americano (un simil-Bush dal sorriso gommoso) magnifica i vantaggi della posizione inginocchiata rispetto agli inconvenienti della posizione eretta (che trasforma la persona che la adotta in un facile bersaglio per chi possiede delle armi ed ha intenzione di usarle...). O come la comparsa del Camion del Debito Estero al quale i popoli latinoamericani sono costretti a versare tutti i frutti del proprio lavoro e a causa del quale sono costretti a morire di fame. Alla fine di questo viaggio, dopo l’immaginario incontro tra Martin, suo padre e il Quetzal, il mitico uccello-serpente della cultura azteca, Martin tornerà a casa più maturo e cosciente della necessità, personale e generazionale, del distacco dal padre (e dai suoi fantasmi) in funzione della ricerca di sé e della creazione del nuovo. Nonostante la complessità dell’opera, storica, simbolica, documentaria, epica e lirica al tempo stesso, Solanas, grazie alla leggerezza stilistica del suo tocco registico venato di sentimento ed umorismo, riesce a non eccedere nell’evidente tono didascalico della materia narrativa e, soprattutto, a creare e a catturare immagini di grande suggestione sia nella staticità dello spazio filmico che caratterizza la prima parte del film (in consonanza con l’oppressiva e rituale piattezza della vita di Martin nel villaggio), sia nella sempre maggiore mobilità che assume il punto di vista della macchina da presa man mano che la struttura narrativa, visuale ed esistenziale del viaggio si impone con la prevalenza di grandi spazi e di inquadrature con una forte profondità di campo. El viaje è quindi un’opera di grande respiro culturale dove lirismo ed epopea si incontrano in un difficile ma efficace equilibrio risolto con lievità in quello che lo stesso Solanas ha definito un «diario di viaggio unito all’arte del fumetto». Marcello Cella, Segnocinema n. 61, maggio-giugno 1993 |
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