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      ARCA RUSSA
   

Aleksandr Sokurov

       
       

Sceneggiatura: Anatoly Nikiforov e Alexander Sokurov; ideazione visiva e fotografia: Alexander Sokurov; dialoghi: Brosi Khaimsky, Alexander Sokurov e Svetlana Proskurina; direttore della fotografia e operatore steadicam: Tilman Buttner; operatore HD: Stefan Ciupek; musiche: Sergey Yevtushenko; coreografie: Galy Abaidulov; interpreti: Sergey Dreiden, Maria Kuznetsova, Leonid Mozgovioy; montaggio: Stefan Ciupek, Sergey Ivanov, Betina Kuntzsch; interpreti: Sergei Dreiden (Marchese di Custine), Maria Kuznetsova (Caterina La Grande), Leonid Mozgovoy (La spia), Mikhail Piotrovsky (se stesso), David Giorgobiani (Orbeli), Alexander Chaban (Boris Piotrovsky), Vladimir Baranov (Nicola II), Anna Aleksakhina (Alexandra Fyodorovna moglie Di Nicola II), Oleg Khmelnitsky (se stesso), Tamara Kurenkova (se stessa), Natalya Nikulenko (Caterina I), Alla Osipenko (se stessa), Maksim Sergeyev (Pietro Il Grande), Boris Smolkin (Cancelliere Nesselrode), Svetlana Svirko (Alexandra Fyodorovna moglie di Nicola I), Yuliy Zhurin (Nicola I); produzione: Andrei Deryabin, Hermitage Bridge Studio, Jens Meurer e Karsen Stoter, Egoli Tossel Film; distribuzione: Mikado; origine: Russia/Germania, 2002; durata: 96'.

       
       

LA STORIA
Invisibile agli altri, un cineasta si ritrova per magia all’inizio del XVII secolo nell’Ermitage di San Pietroburgo. Errando per i corridoi e i saloni sontuosi del Palazzo il cineasta fa degli incontri straordinari: Pietro il Grande che picchia il suo generale; l’imperatrice Caterina che corre ad assistere alla sua propria piéce; la famiglia dell’ultimo Zar che cena in tutta tranquillità senza accorgersi che la rivoluzione è imminente...

       
        LA CRITICA
Arca Russa
è il film che Orson Welles avrebbe voluto girare se avesse conosciuto l’era del digitale e, alla stesso tempo, è il film che fa pensare cosa avrebbe fatto Stanley Kubrick se fosse vissuto quel po’ di più per mettere mano a una macchina di ripresa digitale a 24p. Dai nomi evocati si capisce che l’ultimo lavoro del regista russo Aleksandr Sokurov, inventore geniale e sperimentale, per quanto lui si definisca classico, di immagini e mondo poetici - già autore di film come Moloch e La madre e il figlio – è il meraviglioso e riuscito tentativo di coniugare il classicismo con il futuro. Il gusto per l’Arte e la Storia, raccontati attraverso un unico piano sequenza di 96 minuti, ovvero tutto il film. Sembra un sogno, come il film che apre su un’immagine nera resa viva da una voce fuori campo, attrice principale e invisibile del film, che dice: “Apro gli occhi e non vedo niente. Nessuna finestra, nessuna porta... ricordo che è accaduta una disgrazia e tutti si mettevano in salvo come potevano”. È già sogno e incubo, bellezza e paura. E come per magia, in un’atmosfera onirica lucente, ci troviamo dentro l’Ermitage, nella San Pietroburgo del 1700. A condurci in questo viaggio sono due personaggi: il primo, uomo contemporaneo, presente solo attraverso la soggettiva in piano sequenza del film, che sentiremo parlare e dialogare con un altro personaggio, un marchese dell’Ottocento, anche lui catapultato in una epoca non sua e in un periodo non suo. Sono Virgilio e Dante nel ventre della storia russa, che conducono un viaggio attraverso le epoche entrando in contatto con Pietro il Grande e Caterina II, con la famiglia dello Zar e con il direttore d’orchestra Valery Gergiev. Ogni stanza un’epoca, un evento e soprattutto una galleria di opere d’arte sublimi. L’arca di Sokurov è un elogio dell’Arte e una critica della Storia come sequenza di eventi tutti umani, di morte e diplomazia, come se l’Arte non fosse prodotta dagli uomini ma fosse una sorta di divinazione, immagine di un “oltre” fatto di bellezza e armonia, di cadute e voli, di sangue e elegia. Come se l’uomo fosse la materia della Storia e l’artista un medium che riesce a far vedere quello che c’è ma non si percepisce, il marchese, che sposa il punto di vista dell’occidentale europeo contro il regista russo e contemporaneo, a un certo punto, vedendo dei soldati, dice: “Mi piace lo splendore delle divise ma non mi piacciono i militari”. Metafora perfetta di un’idea e della sua realizzazione. La lucente bidimensionalità del digitale trova in Arca Russa il luogo ideale per la sua massima espressione. Solo Rohmer con La nobildonna e il Duca era riuscito a rappresentare perfettamente le istanze del digitale. Lì erano dei tableaux vivants, qui sono movimenti all’interno di simili tableaux. La camera passa morbida di sala in sala, indugia sui quadri e con essi coincide, immagine su immagine, forma su forma.
Dario Zonta, l’Unità, 8/11/2002