| |
|
|
|
[...]
In effetti, Anna Oz, è un film di una complessità diabolica. Non
è un grande film, intendiamoci. La storia è vecchia. Andando a casaccio,
viene in mente Pasolini quando si chiede «perché realizzare i sogni, quando
è così bello limitarsi a sognarli». Viene in mente soprattutto il Queneau
dei Fiori blu, quando non si sa bene se il protagonista è un principe
sadiano che sogna di essere un tranquillo pescatore o un pescatore che
sogna di essere un principe sadiano. Tutto rimanda all’apologo cinese
del principe che sogna di essere una farfalla, o era la farfalla che sognava
di essere un principe? Al cinema, poi, le cose sono ancor più complicate,
Total Recall insegna. Da un certo punto di vista, Anna Oz
è la risposta europea a Nightmare, come avrebbe potuto concepirla
Kieslowski.
Rochant è uno che pensa che un regista debba essere un uomo di cultura,
perlomeno un uomo colto, e ce lo fa sapere. Musei, palazzi strepitosi,
poesie di Baudelaire. Questo è niente: Anna sta dormendo. Il suo ragazzo
rientra in casa, è la prima volta che lo vediamo, e prima di infilarsi
nel letto si toglie una scarpa, la annusa e la infila nel lavandino. Perché?
Le risposte che possiamo dare non ci piacciono. L’azione è superflua e
irritante, ma bisogna riconoscere che, alla fine del film, l’insieme di
tutti questi gesti gratuiti, gesti di una finta quotidianità, contribuisce
in maniera determinante a quel clima di inquietante quotidianità sospesa
che rende il film teso fino alla fine. Un film peraltro capace di variare
i toni, di scivolare nella farsa, per recuperare subito la detestabile
dimensione del thriller psicologico. Per fortuna quello del thriller è
un pretesto, Rochant lo sa benissimo e lo fa sapere immediatamente anche
a noi, un pretesto secondario; lo strato della realtà che interessa di
meno lui, noi e la sua eroina, lo strato ottuso, orrendo e spesso grottesco
del reale.
Abbiamo parlato di indecidibilità fra la dimensione reale e quella onirica,
e non è del tutto esatto. C’è anche questo, ma il dato più interessante
è quello alla Nightmare cui si accennava. È chiarissimo da quasi
subito quale delle due eroine è reale e quale non lo è. Anna in Francia
è vera, Anna in Italia è di sogno. Lo sappiamo noi e lo sanno loro. Peraltro
entrambe si trovano benissimo nella loro dimensione e non hanno nessuna
voglia di sconfinare in quella dell’altra. Sicuramente la Gainsbourg veneziana
non ha nessuna voglia di farsi riassorbire dall’altra, la quale, a sua
volta, non manifesta alcun desiderio cosciente di fare altrettanto. La
lotta avviene allora fra questa inconscia proiezione del desiderio e il
principio di realtà. Una lotta concreta, spaventosa. Il problema è un
problema di spazio. Entrambe vogliono vivere la propria realtà e il proprio
sogno senza intrusi, viverlo pienamente, senza un nemico nell’ombra. Quello
che Rochant riesce a raccontare, in modo a tratti geniale, magari scorretto
dal punto di vista psicanalitico, ma certo suggestivo da quello cinematografico,
è la scena terribile di questa battaglia.
Le cose e le persone della vita di Anna vengono trasportate una dopo l’altra,
con un meccanismo metodico di trasloco psichico, nella vita della “finta”
Anna, dove vengono sistemate, non senza difficoltà, per via di successivi
spostamenti e modificazioni. Il sogno corrode la realtà, la svuota, oppure
la realtà (o meglio il principio di realtà) trasferisce tutte le cose
necessarie nel sogno, per andarci ad abitare non appena si verificano
le condizioni necessarie, non appena il padrone di casa porta le chiavi
e vengono allacciati la luce e il gas. Rochant riesce a coniugare oppressione
e leggerezza, a fare un film denso, dal quale traspaiono anche cose che
avremmo preferito non vedere. Anna Oz sarebbe stato certamente
un film migliore senza tutte quelle metafore della visione, senza tutti
quegli occhi tagliati, senza volerci far riflettere sul fatto che un mondo
in cui c’è gente che vende gli occhi dei bambini non è un mondo in cui
vale la pena vivere. Tutto vero, tutto troppo ricercato, mediato, elaborato,
forse anche scontato.
Però Rochant riesce in un’operazione rarissima: riesce a mettere in scena
un sogno che somiglia ad un sogno, perché è pervasivo, incoerente, perfettamente
reale, perfettamente funzionante. Quello che il cinema difficilmente riesce
a rendere (vecchia storia: un sogno nel sogno...) è che i sogni non aiutano
a vivere meglio o peggio (e nel film di Rochant, purtroppo, c’è anche
questo): uno non sogna da morto, come non va al cinema (se non nei film
di Landis). Poiché non si può percepire che con la percezione, spesso
e volentieri i sogni sono reali, sono della stessa materia della vita.
E che vita.
Giacomo Manzoli, Cineforum n. 365, giugno 1997 |