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      AL PRIMO SOFFIO DI VENTO
   

Franco Piavoli

       
       

Sceneggiatura: Franco Piavoli; fotografia: Franco Piavoli; montaggio: Mario Piavoli; musiche: John Murphy; scenografia e costumi: Neria Poli; interpreti: Primo Gaburri, Mariella Fabbris, Ida Carnevali, Alessandra Agosti; produttori: Zefiro Film, Meta Film; distribuzione: Istituto Luce; origine: Italia, 2003; durata: 89’.

       
        In un afoso pomeriggio d’estate i lavoranti stagionali, in prevalenza africani, raccolgono il grano e le stoppie. Antonio, dal giardino della casa padronale, li osserva con l’occhio di un entomologo, poi, nel chiuso della sua biblioteca, si sofferma a considerare i diversi aspetti dell’evoluzione biologica. Nella grande casa ognuno è solo: la moglie vaga da una stanza all’altra sospinta dalla memoria di alcuni versi che rievocano l’incanto dell’amore nascente; la figlia più npiccola, toccata dai primi turbamenti, corre come una ninfa nei boschi; il nonno, infermo nel grande letto, esplora l’immobilità della tarda vecchiaia, mentre la zia si aggira nei dintorni alla ricerca di un perduto amore.
       
        Di nuovo ci sono dei lavoratori extracomunitari, qualche macchina, un computer, la televisione. Ma il resto, in Al primo soffio di vento, appartiene al solito, antico mondo poetico di Franco Piavoli, quello del Pianeta azzurro che, giusto vent’anni fa, rivelò la sua assorta e personalissima sensibilità cinematografica. Campi dorati di grano appena tagliato. Nuvole fantastiche. Petali bianchi sparsi sull’acqua del fiume. Gli occhi del gatto. Un cigno che si alza in volo. Un gioco di luci, una foglia, uno stelo. Ma non è un idillio agreste estetizzante e stucchevole: Piavoli, con la sua cultura classica di ex professore di scuola, vede la natura attraverso il lirismo di Virgilio (che era un po’ delle sue parti) ma anche attraverso la scienza materialista di Lucrezio. La natura non è solo un bel quadro di acque, fiori e tramonti, ma è scontro di atomi, rincorrersi di cellule, combinazione di geni, come medita quello che sembra essere il proprietario di un’azienda agricola, un uomo di mezza età che segue da lontano il lavoro dei campi ma resta di preferenza nella grande stanza-biblioteca della sua antica dimora di campagna (è quella dello stesso regista), a digitare sulla tastiera certe sue riflessioni e ricerche scientifiche. Una casa-rifugio fatta di ombra e silenzio, in cui vivono tre generazioni di una famiglia: il vecchio, che giace in un grande letto, sofferente e forse morente; l’uomo e sua moglie che, nel suo vestito a fiori un po’ demodè, si distende sul divano nel calore pomeridiano o si dedica a certe sue composizioni di foglie secche, meditando i versi di una poesia. Una zia che si aggira nei dintorni chiamando qualcuno che si è perso nel passato. E due ragazze, una sempre seduta al pianoforte a fornire al film la sua quasi continua colonna musicale, l’altra, più giovane, che fugge al fiume o sulla strada, a spiare un giovane che fa il bagno o che passa in motocicletta, come in una allegoria di ninfe fauni e centauri. Personaggi solitari, silenziosi, racchiusi nei loro segreti e nella loro malinconia. Vittime, anche, di incubi improvvisi, fatti di urla e animali al macello, perché la campagna non è solo idillio, è anche dolore e violenza. Intanto è giunta l’ora del tramonto, col sorgere della luna il film finirà. I due africani, forse Numidi, che faticavano sotto il sole a spingere grandi rotoli di paglia, sono stati raggiunti sul greto del fiume da altri connazionali e cantano e danzano un loro ritmo tribale. Le sole voci festose sono le loro. Loro che salveranno questa campagna, che consentiranno lacerando una armonia e una classicità ormai impossibili di raccontarla ancora.
Alberto Farassino, Kwcinema 06/08/2002
       
        Nel panorama cinematografico moderno Franco Piavoli è un personaggio che si può identificare totalmente con i suoi film. Etereo, sognante, quasi magico nelle sue atmosfere rarefatte, il cinema di Piavoli è un qualcosa che va oltre la concezione del cinema documentario. Non si tratta solo dell’esplorazione della natura che ci circonda e dei suoi microcosmi, ma anche dell’interazione tra l’essere umano e un mondo che sembra appartenergli sempre meno. Non è un caso, quindi che il ritmo di Al primo soffio di vento, così come era per Il pianeta azzurro o Nostos, possa sembrare sin troppo lento agli occhi di uno spettatore abituato alla fruizione da multiplex. In realtà molto semplicemente non siamo più abituati ai normali tempi della natura, un’entità dalla quale ci siamo ormai pericolosamente scostati e che ci appare sempre più come un’intermezzo da week end fuori porta. Anche per questo il cinema di Franco Piavoli dovrebbe essere invece supportato con grande interesse da un pubblico non solo di nicchia, lo stesso che fa sfoggio di ineffabile cultura naturistica televisiva dopo ogni puntata di Superquark. Piavoli indaga, analizza, soprattutto osserva con attenzione quei piccoli miracoli che accadono ogni istante: le variazioni cromatiche di una foglia dovute al quotidiano camminare della nostra Stella, il movimento dell’erba mossa dal vento. Tutte cose che non hanno bisogno della mano dell’uomo che vede in questa sua mancanza di controllo un pericolo per la sua vita civilizzata. Un’analisi socioantropologica, quindi, oltre che una vera e propria fiaba rurale scandita dai mille piccoli accadimenti di una giornata estiva, fotografata con grande maestria solo con luce naturale e portata al termine con la stessa naturalezza con cui si va a dormire la sera. Una gioia per gli occhi di coloro che avranno voglia di dimenticare che non si vive di sola automobile e tangenziale.
Alessandro De Simone, Cinema Studio.it.