| |
|
|
|
Africa! Unica mia alternativa...
(Frammento alla morte)
Nel corso di un viaggio attraverso i territori di Tanzania, Tanganika
e Uganda, Pasolini adunò un mannello di immagini per un film sull’Africa.
Era il 1969: ma già precedentemente egli aveva fatto impiego della tecnica
del «reportage», da lui trasposto in annotazioni e chiose visive. Va da
sé ricondurre alla memoria quei Sopralluoghi in Palestina che precedettero
il Vangelo, poi ambientato nel sud d’Italia: e il più risolto Appunti
per un film sull’India. Il progetto di un’Orestiade da girarsi in Africa
si scioglieva però dalle suggestioni sensoriali del momento: non ingrovigliandosi
nel contingente, era invece calato in specifiche ragioni umane e culturali.
Mentre infatti gli Appunti sull’India, pur risolti in un abbozzo per un
possibile film su quel paese, assestavano una loro consecuzione e temporalità
con personaggi o episodi in un certo senso immanenti all’ideazione, Appunti
per un’Orestiade africana rimandava apertamente alla grande trilogia di
Eschilo a segno di descrivere l’Africa del dopo-colonialismo. Si sa il
peso che essa teneva nella mitografia pasoliniana: «ah, il deserto assordato
/ dal vento, lo stupendo e immondo / sole dell’Africa che illumina il
mondo». Stavolta in più c’è l’inseguimento della realtà sul trasporto
poetico ed emozionale della cultura. Ma la cultura serve a Pasolini per
contornare e più concretamente evidenziare la propria détresse. E infatti,
subito dopo lo scivoloso inizio documentaristico, si assiste a un recupero
degli archetipi del nostro universo occidentale. La cultura non è più
citazione o vezzo, bensì destino intessuto di tempo. Il mito d’Oreste
funziona insomma come aveva funzionato quello di Edipo. Non a caso il
film progettato e questi Appunti che più concretamente lo anticiparono
si connettono intimamente con la produzione coeva: da una parte il cinema,
dall’altra il teatro. Nei due casi, si ha a che fare con la stessa infilata
di «citazioni» (il plot di Othello rigiocato liberamente in Che cosa sono
le nuvole, la reversibilità di La vida es sueño veicolata nel Calderón)
e c’è soprattutto un uso privato e psicanalitico (anche se non forse deliberatamente)
nei miti classici: Edipo, Pilade, Medea, rispetto ai quali corre in parallelo
la confessione autobiografica quale immersione nel subconscio o il tema
più scoperto dell’uccisione dei padri (si vedano Porcile e Affabulazione).
Ma a quale realtà intendeva intenzionarsi Pasolini con l’Orestiade? Teniamoci
intanto al positivo di un suo scritto: «L’Orestiade sintetizza la storia
dell’Africa di questi ultimi cento anni: il passaggio cioè quasi brusco
e divino, da uno stato «selvaggio» a uno stato civile e democratico: la
serie dei Re, che, nell’atroce ristagnamento secolare di una cultura tribale
e preistorica, hanno dominato – a loro volta sotto il dominio di nere
Erinni – le terre africane si è come di colpo spezzata: la Ragione, ha
istituito quasi motu proprio istituzioni democratiche. Bisogna aggiungere
che il problema veramente scottante e attuale, ora, negli Anni Sessanta
– gli Anni del Terzo Mondo e della Negritudine – è la «trasformazione
delle Erinni in Menadi»: e qui il genio di Eschilo ha tutto prefigurato.
Tutte le persone avanzate sono d’accordo... sul fatto che la civiltà arcaica
– detta superficialmente folklore – non deve essere dimenticata, disprezzata
e tradita. Ma deve essere assunta all’interno della civiltà nuova, integrando
quest’ultima, e rendendola specifica, concreta, storica. Le terribili
e fantastiche divinità della Preistoria africana devono subire lo stesso
processo delle Erinni: devono diventare Eumenidi». Il trapasso auspicato
dal vecchio al nuovo è reso possibile dall’accettazione dell’ordine delle
cose. È un fatto inconsueto in Pasolini. In lui, l’opzione naturale aveva
sempre guidato a una affermazione della vitalità, a tratti antecedente
la storia e la stessa vita e vertebrante comunque una poetica del viscerale
e dell’oscuro. La visione degli alberi ingrovigliati nel vento, simbolizzanti
le Furie, torna a riprova di questo penchant. Certo, il rapporto primario
resta quello tra il linguaggio e le pulsioni profonde. Stavolta però,
a tanti anni di distanza dal decennio delle Ceneri, Pasolini accetta con
gli Appunti il percorso non già ai margini o al di là della storia, ma
dentro la storia stessa. E tutto questo senza assottigliare le dimensioni
della frattura e senza mai ridurre il carattere di dramma e di trauma
del passaggio epocale. Lo scontro-confronto è tra i valori primordiali
che giungono dalla tradizione e la «ratio» progressiva della nuova città
dell’uomo. Il conflitto ustionante tra Furie e mondo moderno non può che
concludersi con il sopravvento di quest’ultimo, sul piano di una sintesi
che incorpora le prime nella democrazia razionale del nuovo stato. È sconcertante
come tale posizione di Pasolini, ovviamente poetica, diverga nettamente
dalle altre espresse nello stesso giro d’anni. La possibilità di immettersi
e sopravvivere nella storia borghese è infatti denegata tanto in Pilade
che in Teorema e Porcile. E per avvicinarci al periodo in cui vennero
realizzati gli Appunti sull’Orestiade, essa contrasta radicalmente con
i quasi contemporanei Medea e Ostia (anche se per quest’ultimo deve aversi
in conto l’anarchismo aurorale e pessimistico di Sergio Citti, che ne
fu il regista). Ma in particolare in Medea l’antagonismo tra il furore
primitivo e la regola della civiltà corinzia è così irriducibile da deflagrare
in tragedia. A suo tempo, Pasolini motivò questi differenti punti di vista
argomentando che nel caso degli Appunti veniva a prevalere l’oggettività,
donde l’esigenza di guardare alla storia comune, mentre per Medea era
essenziale il soggettivo, con ciò affermandosi il diritto a un proprio
privato dolore. Tutto vero: ma per parte nostra terremmo presente la tendenza
già tante volte esplicitata alla contraddizione come figura di pensiero
e di linguaggio. Osserva del resto Pasolini: «Se uno calcolasse i suoi
atti come forniti di «efficacia dialettica», certamente «dialettico» non
lo sarebbe mai. Le contraddizioni alla realtà sono cieche, continue, amorfe,
indecifrabili, stupide e carismatiche come la realtà». In quel processo
appunto dialettico che esse producono, le diverse falde si distinguono
e poi dopo si attirano sino a dare un intrico da vertigine: un capogiro
che viene dal rifiuto di quanto in precedenza era stato anche violentemente
e polemicamente affermato. Il contraddirsi è atto pasoliniano per eccellenza.
Resta in ogni caso, in Appunti per un’Orestiade africana, un’attitudine
fiduciosa e ottimistica che si afferma nella proiezione su Terzo Mondo
e Africa dello stilismo classico. In effetti, la suggestione del testo
eschileo, quando funzionante come in Pasolini sul versante dell’attualità,
è così forte da rifrangersi nella struttura. La non sottaciuta qualificazione
del coro è rintracciabile nelle danze e nei canti; l’antefatto, che nella
tragedia greca non viene rappresentato ma bensì raccontato da un messaggero
o da un corifeo, è esposto in spezzoni di repertorio che documentano le
atrocità delle guerre tribali e neo-coloniali. In generale, però, tutto
il materiale filmico, sottoposto al dilemma del come potesse girarsi un’Orestiade,
si strina nell’incontro tra mito e storia, tra le regole del testo classico
e la limpidità di una struttura aperta che, con il suo libero divenire,
attesta a fondo l’inventiva e la felicità dello sperimentalismo pasoliniano.
Ma sul problema del come costruire filmicamente l’Orestiade (che è poi
il problema di come riscrivere, in senso progressivo, il mito d’Oreste
e di Clitennestra nella mutata realtà africana), si perimetra alla fine
la struttura del film montato sugli «appunti» pasoliniani. Ma com’è strutturata
quest’opera? C’è per intanto la parte vera e propria del viaggio. Lo sguardo
invaso dalle pianure e dalle grandi foreste si appanna e intristisce di
fronte alla scoperta dell’eredità coloniale nelle città e nelle scuole
(l’utopia de Il padre selvaggio sembra lontana per sempre). Le emozioni
sotterranee e rabbrividenti e la delusione di ritrovare parti camuffate
dell’Europa stanno però dentro la particolare emulsione espressiva degli
Appunti: che è quella concreta del punto di vista poetico del film, l’attesa
di futuro, ragionato e sofferto nel contrasto tra presente e passato.
Del resto, è dal respiro dell’Africa nera che arriva a Pasolini l’idea
di ambientarvi un’Orestiade contemporanea. Per questo il regista può riprendervi
i luoghi e i volti alla ricerca del suo Oreste e del suo Agamennone, di
Cassandra e di Clitennestra. La città di Kampala, nelle sue immaginazioni
e nel favoleggiare che il film concretamente fa, potrebbe essere Atene;
l’università di Dar Es Salaam, in Tanganika, simboleggiare a sua volta
il sacrario di Apollo. La gremitezza del taccuino d’appunti dell’intellettuale
d’eccezione, quegli che ragiona su sfruttamento e alienazione, su omologazione
e progresso, cede il posto agli slarghi abbaglianti d’intensità: l’orticello
prefigurante la tomba; gli alberi; le nebbie in lontananza; l’indistinto
del mito raccolto in un’uguale indistinzione, quella straordinaria dei
paesaggi continentali. Non c’è soltanto la facilità nel registrare i volti
e i dettagli. Esercitandosi liberamente sugli «elementari» del suo cinema
e della sua poetica, senza sovrammesse preoccupazioni, Pasolini raggiunge
per incanto un livello poetico, la cui eccezionalità è in tutto pari al
carattere libero e sperimentale della sua scrittura. Come dire che la
folgorazione poetica sopravviene naturalmente, senza predeterminazione.
Quando invece l’ipotesi del film da fare è versata in uno schema pregresso,
ancorchè aperto – si pensi alla parentesi con Gato Barbieri, Savage e
la Murray, più interessante sul piano musicale e anche cinematografico
– il tono d’insieme suona lievemente di un’ innecessaria prosaicità. Comunque
più efficaci, rispetto a questa sequenza, i due momenti in cui Pasolini
sospende la proiezione dei suoi spezzoni per discuterne con studenti africani
residenti a Roma. Anche qui esplode il contrasto tra il furore messianico
dello scrittore-regista e la medietà dei suoi interlocutori. L’idealizzazione
dell’Africa, sentita nella sua unità del passato da mantenere e del futuro
da costruire, viene travisata dagli studenti: percepita come qualcosa
di cui adontarsi o vergognarsi, e comunque da respingere. Il dramma latente
è che la tensione ideale e poetica di Pasolini non sfiora più di tanto
quelli che nella realtà dovrebbero incarnarne salvificamente il progetto.
È come se «il sogno di una cosa» si intingesse delle rughe della sua inattualità.
Va da sé che il film ne acquisti in ricchezza: sul suo spettro stilistico
cade il richiamo della storia vera, quel che in altri termini gli studenti
dicono e ripetono a Pasolini. Il quale però non si dà la cura di assecondarli.
In fondo, nel suo imposto poetico è sempre una diversità essenziale a
consentire il recupero dell’utopia e della speranza. Analogicamente ai
borgatari di Accattone e de La ricotta, alle plebi sottoproletarie de
Il Vangelo, alle “coscienze infelici” di Edipo re, di Porcile, di Affabulazione,
l’Oreste intravisto e immaginato nel film da fare è in tutto umanato di
negritudine, e non soltanto nel senso che è di pelle scura. L’istanza
di futuro arriva agli europei dall’Africa; e l’Africa è la diversità,
l’alterità, la fiducia da riconquistare. «Una nuova nazione è nata, i
suoi problemi non si risolvono, si vivono... Il futuro di un popolo è
nella sua ansia di futuro, e la sua ansia è una grande pazienza». È il
commento che chiude il film, col canto struggente ed epico della Rivoluzione
russa. Resta da dire che Appunti per un’Orestiade africana, prodotto da
Rai-Tv dietro intervento e mallevadoria di Angelo Romanò, non è mai stato
mandato in onda dagli illuminati dell’azienda perché non gradito.
Gualtiero De Santi, Cineforum n. 222, marzo 1983 |