|
||||||
| A CAVALLO DELLA TIGRE | ||||||
| Carlo Mazzacurati | ||||||
| Sceneggiatura:C arlo Mazzacurati, Franco Bernini; fotografia: Alessandro Pesci; montaggio: Paolo Cottignola; scenografia: Paola Bizzarri; costumi: Lina Nerli Taviani; musica: Ivano Fossati; interpreti: Fabrizio Bentivoglio (Guido), Paola Cortellesi (Antonella), Tuncel Kurtiz (Fath), Boubker Rafik (Hamid), Manrico Gammarota (sovrintendente), Marco Paolini (Faustino), Marco Messeri (Iguana); produttore: Marco Valsania, Marco Poccioni; produzione :Rodeo Drive, Rai Cinema; distribuzione : 01 Distribution; origine:Italia, 2002; durata:102'. | ||||||
Guido vive a Milano, ha quarant’anni, è un simpatico e vitale sbruffone pieno di debiti. Per risolvere la sua situazione economica, ha l’idea di fare una rapina nella quale coinvolge la sua compagna Antonella, più giovane di lui, di professione ballerina televisiva. La rapina, progettata con molta accortezza, va male a causa di un imprevisto. Guido viene arrestato mentre Antonella riesce a darsi alla con il bottino. Guido non la tradisce e viene condannato. Due anni e sei mesi dopo, Guido sta per uscire di prigione, quando è coinvolto in un’evasione da due ergastolani: Fatih, un omone di settant’anni di origine turca, e Hamid, un marocchino di trent’anni. |
||||||
| Chiunque
abbia avuto l’opportunità di frequentare il cinema italiano di esordio che
tentava di mettersi in luce a partire dalla metà degli anni 80, sa che presso
autori come Carlo Mazzacurati e Daniele Luchetti, sceneggiatori come Enzo
Montelone e soprattutto Franco Bernini (successivamente registi), esisteva
un piccolo culto evocato dal titolo di un film di Comencini, scritto da
Age e Scarpelli e interpretato da Nino Manfredi, A cavallo della tigre,
fatto di un cinema di satira incessante e mobilissima che intorno alla evasione
involontaria di un non intelligentissimo piccolo criminale (Manfredi) allestiva
uno scenario di lucidità, tossicità e ritmo fenomenali: fu un vero insucesso
al botteghino (che, come spesso accade in questi casi, aveva reso tale film,
come le creature meno fortunato agli occhi dei loro genitori, così caro
a quelli dei loro autori). È lo stesso Bernini – allievo di Age – a collaborare al copione che sorregge il nuovo film di Mazzacurati che porta lo stesso titolo ed esce ora nei nostri cinema. Benchè liberamente tratto dall’originale, il plot conserva un profilo piuttosto somigliante a quello del film di Comencini. Finito in galera per aver ideato e collaborato, come guardia giurata, a delle rapine che la sua morosa (Paola Cortellessi) esegue travestita da Babbo Natale, Fabrizio Bentiviglio, a pochi giorni dalla fine della detenzione, è coinvolto suo malgrado in una evasione capeggiata da un turco micidiale e roccioso, all’apparenza crudelissimo (interpretato da Tuncel Kurtiz che ha al suo attivo più di 40 film, alcuni anche come regista, ed è stato uno degli interpreti preferiti del più grande regista turco contemporaneo, Ylmaz Guney). Il film poggia con dolcezza e intensità sulla maschera di ingenuità e panico di Bentivoglio, sempre pronto all’imbarazzo infantile di chi ha la perenne paura di essere sorpreso con le mani nella marmellata, mentre sulla carta avremmo pensato potesse avvalersi con maggior profitto della verve della Cortellesi, piuttosto dimessa o forse troppo impegnata nel lavorare dall’interno della normale mediocrità di una giovane tanto smarrita quanto ambiziosa che, senza convinzione ma con ossessiva tenacia, intende a tutti i costi sfondare sul piccolo schermo. Nel paese di pura consistenza psichica televisiva che il film intende esplorare (i protagonisti sognano rapine, conduzioni tv, fama e benessere con la stessa disinvoltura con la quale si compra un nuovo cellulare o si prenota una vacanza), i due personaggi principali, che finiranno diretti verso un altrove esotico e fiabesco, a bordo di una chiatta, fanno in tempo a praticarsi l’un l’altro svariate bassezze, nonostante la passione che si confessano reciprocamente. Dotato di una prima metà maliziosa e acuta, piena di anticipi, soprassalti e passo ammiccante e tonico, il film, dopo l’evasione e le sequenze piuttosto incisive e impietose della prigione, si avvolge su se stesso in spirali sempre più totalizzanti di autoindulgenza e sentimentalismo. Non è un film facile da giudicare. Perchè libera schizzi di energia per tutta la prima metà ma viene sopraffatto dalla passione per i suoi personaggi dallo sguardo dell’autore, nell’epilogo. È animato e colorato da una bellissima colonna sonora di Ivano Fossati, modellata da ottoni e percussioni e fiati, mai a corto di toni, anche se viaggia verso il proprio finale con una compostezza autunnale qua e là illuminata da piccole faville visionarie. Forse non è quel nuovo capitolo sul paese di cui i media si sono impossessati, che segue al film originale che per la prima volta avvistava la mostruosità dell’ arriva della presenza sempre più invasiva della TV nella nostra vita, ma, dopo La lingua del santo, è un altro meriggio italiano che pantografa con qualità diseguale la cronaca della nostra palpitante mediocrità. |Mario Sesti, Kwcinema |
||||||