|
||||||
| ALLE CINQUE DELLA SERA (Panj é asr) |
||||||
| Samira Makhmalbaf | ||||||
| Sceneggiatura: Samirah Makhmalbaf; fotografia: Ebrahim Ghafoori; musiche: Mohamadreza Darvishi; montaggio: Mohsen Makhmalbaf; interpreti: Agheleh Rezaee (Noqreh), Abdolghani Yusefzay (padre), Marzieh Amiri (Leylomah), Razi Mohebi (poeta); produzione: Makhmalbaf Film House, Wild Bunch, Bac Films; distribuzione: Bim distribuzione; origine: Iran, 2003; durata: 105'. |
||||||
| “Alle cinque della
sera./Ah, che terribili cinque della sera!/ Eran le cinque a tutti gli orologi!/
Eran le cinque in ombra della sera!” I versi di Garcia Lorca danno il titolo al film della giovane iraniana Samira Makhmalbaf. È il primo lungometraggio girato a Kabul, in Afghanistan, dopo la caduta del regime talebano. Si intitola, appunto, Alle cinque della sera, e il canto di morte del poeta spagnolo accompagna le nitide disperate immagini del racconto. Le rovine della città – case senza pareti, la carcassa di un aereo, le spoglie di un nobile palazzo – accolgono persone disperate che non hanno più niente, profughi invadenti. Noqreh, di nascosto dal padre che ha idee molto tradizionali, frequenta la scuola per ragazze appena riaperta, indossa scarpe bianche con il tacco, simbolo di una desiderata quanto improbabile emancipazione, e manifesta l’ingenua intenzione di farsi eleggere presidente dell’Afghanistan: solo così forse le cose potranno cambiare. La giovane cognata aspetta il marito camionista disperso, si dispera per il figlio neonato che non può più nutrire con il suo latte. Finché il vecchio padre porta le due giovani donne e il bambino ormai senza vita fuori della città perduta in cerca di una salvezza impossibile. La ragazza che interpreta Noqreh, ha la stessa età della giovane regista, 23 anni, tre figli che mantiene insegnando, da quando il marito è scomparso dopo i bombardamenti americani. Manuela Grassi, Panorama |
||||||
| Samira
Makhmalbaf, la più giovane regista del mondo, già famosa con tre film fatti,
ha raccolto osanna al festival di Cannes. La 23enne figlia d’arte pratica,
con e come il papà Mohsen, un cinema di frontiera: è una filmaker senza
frontiere, tra Iran, suo paese, Afghanistan, Pakistan, Irak, Kurdistan.
Stavolta va nell’Afghanistan appena “liberato”. Ma è su quel “liberato”
che esprime dubbi. Questione primaria è reagire contro la disinformazione
dei media che danno tutto per risolto dopo i bombardamenti di Bush che avrebbero
sostituito la democrazia alla dittatura, questione secondaria documentare
la resistenza di valori tradizionali e l’insorgere di conflitti generazionali
che continuano a porre la donna in stato di inferiorità. La sua eroina vagabonda
in compagnia del vecchio padre fanatico religioso, per una Kabul diroccata
e semideserta alla ricerca di un riparo, di un modo per tirare avanti. È
anche un film di piccole annotazioni molto riuscite. Nei comportamenti della
ragazza pronta a cogliere ogni spiraglio di libertà: come quando di nascosto
calza le scarpe con i tacchi, come quando a scuola si alza in piedi e dichiara
di voler diventare presidente. Tutto molto giusto, molto pulito: come se
Samira avesse rilevato la lezione rosselliniana del dopoguerra ma passata
in candeggina (malgrado le rovine tutt’intorno: quasi decorative). Il titolo,
da Lorca, perché c’è un poeta che parafrasa la celebre poesia. Paolo D’Agostini, La Repubblica, 27 settembre 2003 |
||||||