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| ANGELI PERDUTI | ||||||
| Wong Kar-Wai | ||||||
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| Soggetto: Wong Kar-Wai; sceneggiatura: Wong Kar-Wai; fotografia: Christopher Doyle; musiche: Frankie Chan, Roel A. Garcia; montaggio: William Chang Suk Ping, Wong Ming Lam; scenografia: William Chang Suk Ping; interpreti: Leon Lai Ming (Killer), Karen Mok (Punkie), Charlie Young (Cherry), Takeshi Kaneshiro (Ho), Chan Fai Hungq, Kwan Lee Na, Chen Man Lei, Michele Reis, Kong To Hoi, Saito Toru, Wu Yur Ho; produzione: Cjem Uo-Cheng – Jet Tone Prod.; distribuzione: Columbia Tristar Film Italia; origine: Hong Kong, 1995; durata: 93’. | ||||||
Chissà chi
va a vedere in Italia i film di Wong Kar-Wai, il trentottenne cineasta
hongkonghese (ma nativo di Shangai) che s’è costruito in
poco tempo una solida reputazione di regista “da festival”.
Preso sotto la protezione di Quentin Tarantino, che ha distribuito negli
Usa il suggestivo Hong Kong Express, Wong Kar-Wai pratica un
cinema tra il notturno e l’onirico, molto post-moderno, estetizzante,
“minimalista” nella descrizione della nevrosi urbana dai contorni
universali che si specchia nelle predilette luci al neon, tendenti al
verde. I suoi personaggi sono anime inquiete, perennemente alle prese
con gli interrogativi dell’amore, pieni di tic e di fissazioni.
Nel film precedente c’era una commessa di fast-food fissata con
“California Dreamin’” e un poliziotto che consumava
solo ananas sciroppate Del Monte; in questo nuovo Angeli perduti
distribuito dalla Bim, c’è un killer in crisi che affida
i suoi messaggi a “Forget Him” di Laurie Anderson suonata
al juke-box e un aspirante barbiere muto tifoso di Gullit ai tempi della
Sampdoria. Segnali d’autore disseminati qua e là, a suggerirre
l’idea di mix di culture, miti, consumismi capace di varcare le
frontiere, riassumendo una conduzione esistenziale diffusa, a Oriente
come a Occidente. Tra Hal Hartley e Wim Wenders, ma attraverso uno stile
visivo che moltiplica “l’effetto subconscio” in un gioco
seducente di accelerazioni, bizzarrie cromatiche, scomposizioni di quadro,
Angeli perduti sfodera un’epigrafe di ardua decifrazione
– “I folli si avventurano dove gli angeli non osano”
– che dovrebbe applicarsi ai personaggi del film. Tra i quali emergono:
“Killer”, un sicario a pagamento; la sua segretaria-complice
“Agent”, innamorata di lui ma attenta a non confondere professione
e sentimenti; e poi ci sono la stordita “Punkie”, il muto
“Ho” che campa facendo mille lavori, l’intrisa “Cherry”
mollata dal fidanzato... In un contesto iper-romantico, contraddetto apparentemente
da una narrazione sbriciolata che intreccia i diversi destini senza un
apparente nesso logico, Angeli perduti pedina i suoi eroi alternando
momenti di truce/normale violenza alla Tarantino (le sparatorie su contratto
compiute da “Killer”) a parentesi più toccanti (i filmini
casalinghi dedicati al padre che “Ho” rivede in sottofinale).
E se il versante dei dialoghi continua a pencolare verso il ridicolo (“Odio
estrarre pallottole dal mio corpo, è sfiancante”), si resta
a tratti incantati dalla leggerezza inusuale che Wong Kar-Wai applica
al suo mondo poetico: così rarefatto, tragico, inafferrabile, deformato
da un uso del grandangolo che si fa quasi opzione morale. Ma forse non
è caso di prendere troppo sul serio il cinema trasognato/stilizzato
del regista di Hong Kong, se è vero che è lui stesso a consigliare
ai suoi fans di degustare Angeli perduti «come un gelato».
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C’è
chi paragona il nuovo autore di culto orientale Wong Kar-Wai, venuto da
Hong Kong in occhiali neri, a Tarantino, ma ancora più eccentrico,
più jazz freddo. Si prosegue il racconto di Hong Kong Express:
è rigorosamente notte, morale e materiale; ancora delusioni d’amore,
killer pronti alla strage nevrotica e improvvisa, ragazze by night, tutti
angeli perduti. E il vecchio centro di Hong Kong, dedalo fatiscente che
si scontra col materiale pop-spot offerto anche in ralenti: i fast food,
l’imperante e falsa luce al neon, la videocamera e i video auguri,
i pub, i ristoranti, il juke box, il cibo, insomma la video generazione.
Le immagini non sono dolci, ma agitate come in una partita di football,
spinte a collisioni emotive fatali. Duoluo Thianshi non prende
le cose alla leggera e ha il pregio di mescolare fino alla fine, con abilità
visiva e qualche colpo di genio, l’impatto narrativo a quello emotivo.
È il limite dell’operazione, un po’ criptica, che getta
via la ragione e il sentimento del pubblico. Il regista dice che il film
si degusta come un gelato (altri sono come l’oppio o la Coca Cola),
ogni leccata un’emozione, si lavora senza script, volutamente senza
pensarci sù: si gira e basta. Basta farsi precedere da un assioma
spirituale alla Wenders: i folli si avventurano dove gli angeli non osano.
Non sono i fatti che interessano Kar-Wai, né l’apparato schizoide
con cui li racconta, bensì il loro riflesso nel cuore, allenato
al peggio ma sempre pronto a una bella scenata di gelosia. L’indagine
si fa minimalista: «Controllare la spazzatura di qualcuno ti fa
scoprire molte cose»; «anche un assassino ha avuto i compagni
di scuola». Esce, vivissimo, il tessuto sociale della metropoli
ed è bello naufragar nella confusione sentimentale, con finale
all’alba tra i grattacieli. Angeli perduti esaspera la
forma – il grandangolo è la superstar del sub-conscio: una
lente Cinemascope serve alla distorsione orizzontale, pur in una città
da leggere verticale – come la sostanza: ne esce un film ingegnoso
e affascinante, forse meno ricco del precedente, ma sempre in grado di
porre domande essenziali cui a loro volta risponderanno dubbi essenziali.
Si tratta di materia di cinema puro: ma ora servono le regole per la conquista
del pubblico. Se fosse Hollywood a chiamare, la prossima volta? |
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