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      LA CADUTA DELLE FOGLIE
(Giorgobistve / Listopad)
   

Otar Iosseliani

       
        Soggetto e sceneggiatura: Amiran Cicinadze, Otar Iosseliani; fotografia: Abesalom Maisuradze; montaggio: Giulia Bezuasvili; scenografia: Dimitri Eristavi; suono: Vaja Macaidze; musica: Natela Iosseliani; costumi: Elena Landia; iInterpreti: Ramaz Giorgobiani (Niko), Marina Kartsivadze (Marina), Goghi Kharabadze (Otar), Badur Tsuladze, David Abasidze, Akaki Kvantaliani; produzione: Gruzija Film - Kartuli filmi; origine: Georgia (Urss), 1967; durata: 100'
       
       

Film rivelazione della Settimana della critica di Cannes nel '68, segnò insieme a L'infanzia di Ivan di Tarkovskij e al Primo maestro di Michalkov-Koncalovskij il rinnovamento definitivo del cinema sovietico. Il film descrive le avventure professionali e sentimentali di Niko, apprendista in una cooperativa vinicola: si confronta al suo collega Otar, più abituato di lui a schivare le responsabilità professionali e a fare la corte alle ragazze, si rifiuta di spacciare del vino cattivo per una buona annata e si scontra con la civetteria di una bella ragazza crudele. Il contesto della sua avventura personale è una amabile satira della burocrazia, dei "turisti" russi, della nonchalance dei lavoratori sempre pronti a bere e cantare piuttosto che a rispettare le norme di produzione fissate dal piano. Questa riflessione insieme ironica e seria sull'onestà morale e il carrierismo opportunista non prende mai la forma di un "messaggio" didattico: è una semplice cronaca della vita quotidiana a partire dalla quale lo spettatore può trarre le proprie conclusioni psicologiche e ideologiche. Il fascino del film sta nello sguardo insieme lucido e simpatico che il regista ha verso le persone, nella mescolanza intima di documentario quotidiano e di finzione romanzesca. Fin da questo primo film, tutta l'arte di Iosseliani, così come l'ha resa esplicita in seguito il regista, risulta con chiarezza: "Ho scoperto le regole della mia arte: dev'essere come la vita". Il film suscitò evidentemente la collera dei burocrati: niente eroe positivo, niente moralismo sociale.
Marcel Martin La revue du cinéma n. 353, settembre 1980

       
        Iosseliani è innanzitutto interessato all'uomo e ai suoi rapporti con gli altri, e la sua conversazione è piena dei più inattesi, sebbene comuni, argomenti. Tutti si interessano a lui, ma non tutti lo vedono di buon occhio. Egli ama confondere le idee agli altri, e talvolta recita per meglio scoprire il carattere di colui con cui sta parlando. Il suo primo lungometraggio venne immediatamente riconosciuto come un'opera completa e matura. Essa tratta uno dei temi tradizionali del cinema sovietico, il conflitto fra progresso e conservazione, che viene rappresentato nello scontro fra un giovane e progressista ingegnere e il direttore conservatore di una fabbrica di vini. Tema parallelo è quello della crescita morale del giovane ingegnere. Le prime inquadrature del film costituiscono un originale prologo dal tono documentario: viene mostrato come dall'uva si trae il vino, e il duro lavoro che comporta la produzione di questa "allegra" bevanda, l'attenzione e l'abilità che i contadini impiegano nell'arte eterna della fabbricazione del vino. Durante un incontro in cui si bene del vino nuovo, Iosseliani si interessa soprattutto ai volti e alle mani robuste dei contadini che dividono i frutti delle loro fatiche con la stessa dignità che essi impiegano nel produrli. Poi la cinepresa sale verso l'alto inquadrando una distante collina su cui si trova un antico tempio - nobile, orgoglioso, inaccessibile, un simbolo di purezza. Questo modesto, non spettacolare inizio contiene degli accenni a un più profondo significato per il giovane ingegnere Niko, che più tardi difenderà la proprietà del popolo - il frutto del loro lavoro. Iosseliani insiste sulle tradizioni ereditate nel lavoro e nella cultura. Il suo sguardo scivola sui ritratti degli antenati nella stanza che Niko sta lasciando per andare in fabbrica. L'ansietà e la solennità proprie dei volti delle donne lavoratrici - sua madre, sua nonna (che in famiglia ha un gran potere), la sua più giovane sorella - mostrano come esse sono orgogliose del primo giorno di lavoro che Niko sta per iniziare. Gli operai di mezza età sentono immediatamente il suo rispetto per il lavoro e lo accettano. L'importante direttore, che tratta la fabbrica come fosse un suo feudo, arretra di fronte alle ferme convinzioni del giovane ingegnere. Il critico Elena Bauman ha scritto: "Non è tanto Niko che vince, ma i suoi principi e la sua abilità nel legarsi ad essi, e un alto senso morale cresciuto lungo una vita di lavoro". Iosseliani finisce il suo film con la stessa inquadratura che lo ha aperto, l'antico tempio sulla collina, simbolo eterno quanto misura delle azioni umane, del lavoro, dell'attenzione e del riposo. "Il suo significato - dice Iosseliani - è quello della trasmissione ai tuoi discendenti dei frutti del tuo lavoro, dello sforzo di rendere il mondo migliore e più bello. Si deve vivere vicino alla terra e lavorare duro. Si deve amare con forza e lavorare con gioia. Questo è quel che è la vita". Il suo film esprime questa fede in modi delicatamente lirici e umoristici.
Galina Dolmatovskaja, Irina Shilova Who's Who in the Soviet Cinema, Progress, Mosca 1979
       
        Otar Iosseliani, georgiano, trent'anni. Gran bevitore di vino (georgiano), dall'amicizia molto vigorosa. Ha appena finito di realizzare il suo primo film. E' parlato unicamente in georgiano, e comincia un po' come Brigitte et Brigitte di Moullet, con una sorta di documentario muto sulla fabbricazione del vino nella campagna georgiana. Poi si passa alla storia. A Tbilisi un giovane, che ha appena finito gli studi, si appresta a prendere il suo primo posto come caporeparto in una grossa azienda vinicola. Sono i sette primi giorni della sua nuova vita. Lo si vede affrontare un mucchio di problemi che non conosceva, come d'altra parte noi, che non avevamo ancora visto dei film che mostrano la vita quotidiana della nostra epoca in Unione Sovietica. A maggior ragione in Georgia. Per tutta la durata del film Iosseliani segue i suoi personaggi con tenerezza e con severità.
Pascal Aubier Cahiers du cinéma n 197, gennaio 1968