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| ADDIO
TERRAFERMA (Adieu, plancher des vaches!) |
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| Otar
Iosseliani |
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| Soggetto e sceneggiatura: Otar Iosseliani; fotografia: William Lubtchansky; musica: Nicolas Zourabichvili; montaggio: Otar Iosseliani, Ewa Lenkiewicz; scenografia: Emmanuel de Chauvigny; musica: Nicolas Zurabisvili; costumi: Cori D'Ambrogio; interpreti: Otar Iosseliani (il padre), Lily Lavina (la madre), Nico Tarielashvili (Nicolas, il figlio), Philippe Bas (Gaston), Stéfanie Hainque (Paulette), Mirabelle Kirkland (Valérie), Amiran Amirannachvili (il barbone), Joachim Salinger (Pierre), Emmanuel de Chauvigny; produzione: Martine Marignac, Pierre Grise Productions - Maurice Tinchant, Carac Film - Theres Scherer, Alia Film - Enzo Porcelli, Istituto Luce; distribuzione: Istituto Luce; origine: Francia / Svizzera / Italia, 1998; durata: 107' | ||||||
| «Il titolo del film»
dice Iosseliani nell’intervista ospitata dal press book che accompagna questo
suo ottavo lungometraggio «rievoca un antico modo di dire dei marinai che,
abbandonando la terraferma, esprimevano la gioia della partenza. La terraferma,
per i marinai, è sempre stata un luogo a cui aspirare mentre si era in mare,
e da cui fuggire poco dopo esservi approdati. Lasciando la terraferma ci
si illude di abbandonare tutti i nostri problemi, a cui poi si dovrà far
ritorno. (...) «I personaggi del film» dice nella medesima intervista «vivono
in una società in cui praticamente non esiste la possibilità di sognare,
in cui la nota dominante è la paura del futuro, del domani» – alle più labili
sfumature dell’agire umano); la capacità di tratteggiare caratteri bizzarri
impegnati in giochi allusivi; l’intrecciarsi di situazioni diverse e di
numerosi personaggi in un carosello di giochi di coincidenze, curiosi incroci
del destino, incontri imprevisti e rivelazioni; e quindi la profondità del
respiro del racconto, ricco di sensi complessi ed elaborato come una composizione
polifonica. Diverse storie e numerosi personaggi, dicevamo, si trovano a
ruotare attorno ad un asse narrativo principale: in una residenza principesca
alle porte di Parigi vive Nicolas, un ragazzo di vent’anni che avverte l’urgenza
di ribellarsi contro l’ottuso clima imposto in famiglia dalla madre, impegnata
in traffici e affari poco chiari in città e attenta soprattutto alle apparenze
delle buone maniere di lusso e di discutibile classe (ama esibirsi nel canto,
combinando i suoi gorgheggi con le evoluzioni di un avvoltoio africano dal
lungo becco). In casa, relegato nella sua stanza dalle pareti coperte di
foto di ragazze nude riprese in postriboli d’epoca, vive anche l’anziano
padre di Nicolas: di certo ha conosciuto il mondo, la vita e le persone
quanto basta per capire che la miglior cosa da fare per vivere bene è ritirarsi,
trascorrere il tempo sdraiati, sorseggiare con calma – ma abbondantemente,
e con costanza – da squisite bottiglie di vini bordolesi, lasciar correre
un treno elettrico dentro casa (come un monito in movimento contro la tentazione
di fare qualcosa, nota l’autore: in effetti i treni percorrono strade complesse,
attraversano diversi paesaggi, ma tornano sempre al medesimo punto di partenza),
andare nel bosco intorno al palazzo accompagnato dai cani e da una bottiglia
e tirare col fucile contro una serie di boomerang lanciati in aria da un
maggiordomo, cercare di portarsi a letto ogni tanto, quando capita, una
ragazza che passa nei dintorni. Nicolas intanto (che come il padre non disdegna
qualche buona bevuta) ogni giorno si allontana da casa in barca (mentre
la madre parte in elicottero), va in città travestito da ragazzo qualunque
e lavora come puliscivetri e lavapiatti. Per le strade di Parigi frequenta
giovani immigrati, piccoli malviventi, clochard, fra i quali anche il barbone
georgiano di cui si diceva. Conosce anche diverse belle ragazze e, mentre
non si accorge dell’affetto che nutre per lui la graziosa cameriera di famiglia,
si innamora di una giovane, splendida barista che però gli preferisce un
volgare bellimbusto (il quale riuscirà a trasformarla, alla fine, in una
moglie-madre noiosa e insoddisfatta, mentre al contempo ridurrà il locale
d’epoca ricevuto come dote in un insulso e chiassoso bar-internet). Il vecchio padre bislacco («Ho sposato un giovane scemo, ed ora mi ritrovo con un vecchio scemo!» gli rimprovera la moglie in affari) fa intanto conoscenza con il barbone georgiano («Ancora più saggio dell’altro, perché non possiede niente», nota l’autore) e fra i due nasce un’intensa amicizia, favorita dalla comunità d’idee, d’intenti e d’interessi: cantare sommessamente vecchie arie e ballate malinconiche, bere vino buono e brindare alla reciproca salute, senza bisogno di spendere parole inutili o abbandonarsi ad ancora più inutili azioni («Sono due gentlemen che hanno fatto di tutto, hanno visto tutto e alla fine hanno imparato che solo “In vino veritas”»). Nicolas, insieme ad alcuni amici poco “perbene”, prende parte ad una rapina, viene arrestato e, dopo aver trascorso del tempo in carcere, torna a casa e prende il posto del padre (chiudendosi nella sua stessa stanza, gustando buone bottiglie e facendo girare il solito treno elettrico), che nel frattempo è fuggito come un ragazzino e si allontana in barca a vela verso l’orizzonte col suo amico georgiano, fra canti e bevute. Iosseliani sembra così abbracciare con vigore e tenerezza l’estremo nichilismo del «Qoelet» («Un infinito vuoto, un infinito niente. Tutto è vuoto, niente»), combinato con un formidabile senso dell’humour che gli permette di assistere, come i suoi due personaggi principali (uno dei quali, il vecchio strambo, interpretato da lui stesso), agli avvenimenti del mondo con animo da disilluso libertino (nel senso più nobile e insieme gustoso del termine) e con gli occhi un po’ lustri da ubriaco colmi di saggia, imperturbabile eppure accorata malinconia. Pierpaolo Loffreda, Cineforum n. 385, giugno 1999 |
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| Iosseliani
insegna che le cose che contano, nella vita, sono quelle che non sembrano
avere importanza ma che, arrecandoci piacere, si dimostrano più utili
di quelle che compiamo per dovere. Maestro dei paradossi, il regista georgiano
espone direttamente la sua "filosofia" facendosene personalmente garante,
interpretando cioè il personaggio del maturo castellano che molla gli
ormeggi di un'esistenza diventata ormai difficilmente sopportabile, malgrado
i tentativi di vivere a modo proprio (da merlo canterino, insomma), e
parte insieme al maturo mendicante su una barchetta a vela, con una buona
provvista di bottiglie di marca e di canzoni da intonare a voce spiegata.
Un andare tranquillo con la forza del vento, tutto al contrario degli
spostamenti rombanti e nevrotici in elicottero della padrona di casa.
Il finale è metaforico quanto si vuole, e è un invito preciso a valutare
il peso specifico di quanto abbiamo fatto nella nostra vita e a prendere
le decisioni più opportune per capire cosa conta davvero, se la ricchezza
materiale, il potere, l'ambizione, la sopraffazione e l'inganno, o la
capacità di viverla nel migliore dei modi possibili, la nostra esistenza.
Dando importanza alle piccole cose capaci di farcela sorseggiare con sentimento,
consci cioè della fatalità del suo scorrere, ma anche della necessità
di goderla giorno per giorno in sintonia con le nostre personali inclinazioni.
Bere vino buono vuol dire saper apprezzare le cose che contano. Coltivare
una forma di lucida ebbrezza, necessaria per osservare il mondo nella
sua veridicità, senza infingimenti: il velo che il vino generoso, e generosamente
bevuto, frappone fra gli occhi del bevitore e il resto del mondo - ancora
un paradosso - serve a vedere meglio la verità. La barca di Iosseliani
e del suo amico barbone fila verso il mare aperto che è un piacere. Ma
non è poi tutto così sereno e armonioso come potrebbe sembrare. Certo,
i due vecchi hanno lasciato il plancher des vaches, ossia la stalla (cioè
la terraferma, opposta al ponte della nave che traballa sotto i piedi:
tra le attività svolte da Iosseliani c'è stata quella di marinaio), e
alcuni dei personaggi maltrattati dai ricchi odiosi osservano la barca
in navigazione dall'alto delle vette che hanno scalato, liberandosi da
ogni meschinità. Ma non si tratta proprio di una favola alla "e tutti
vissero felici e contenti", le cose amare abbondano. Il ragazzino che
suona il violino dà le soffiate acconce perché il giovane mendicante derubi
le vecchiette, magari prendendole ferocemente a colpi in testa. Altri
vagabondi cercano nei muri delle vecchie case le cose nascoste dai proprietari,
gettando all'aria preziosi ricordi. Il padroncino molla noncurante il
compagnuccio di prigionia, quando i due vengono liberati. E quel finale:
il figlio prenderà il posto del padre, nel castello della ricca damazza
sua madre, anche lui vino e trenini, avendo capito che "tutto è vanità"
(Iosseliani fa riferimento esplicito all'Ecclesiaste, e non è la prima
volta), ma diventerà prigioniero del luogo, avendo rinunciato ai sogni
amorosi e avendo constatato che il mondo da lui riconosciuto come suo
- quello che lui ha scelto, non quello che ha subìto - è andato a gambe
all'aria. Infatti, non solo la giovane barista di cui era innamorato ha
sposato il gigolò ed è costretta a servirlo come una schiavetta, ma attorno
al punto di ritrovo non ci sono più i soliti barboni; il veterinario ha
traslocato e non c'è più il ragazzino che suonava il violino; il negoziante
di arredi sacri, che ha fatto saltare in aria la mogliera insopportabile,
ora è sposato alla negra maestosa che era soggetta ad un altrettanto maestoso
marito, ma è lui adesso, il negoziante, a seguire lei come un cagnolino;
il ragazzino che faceva lo sguattero nel bar-ristorante retto da una padrona
autoritaria è ora il proprietario, e comanda a bacchetta la donna. Cercare
meticolosamente segni e significati, in un film di Iosseliani, è però
pericoloso. Si rischia di perdere il cosiddetto piacere della visione,
che in questo regista è determinante. I film sono da guardare, non da
estrarne ad ogni costo una morale, anche se poi dopotutto quelli del regista
georgiano sono delle morality plays. E anche se Addio terraferma non è
una novità, nel senso che non ci sconvolge per l'originalità del suo assunto
e dei suoi meccanismi, abituati come siamo alla concezione della vita
di Iosseliani e alla ronde dei suoi personaggi. E' come ascoltare "Così
fan tutte": non è una novità, ma è sempre un piacere. Non voglio con questo
dire che Iosseliani è Mozart, voglio solo riferirmi ad un'opera che impasta
amarezza e arguzia. Addio terraferma è un film brillantemente combinatorio.
Basato su una sceneggiatura calibratissima e su una sapienza di racconto
che ha con evidenza assorbito varie influenze. Non si può fare a meno
di pensare a Bunuel, per la presenza un po' surreale di quell'uccello
nel palazzo e per l'altra fauna strana che popola le vie di Parigi, oltre
che per il capovolgimento delle situazioni "normali". Ma il film dimostra
imperterrito la sua vitalità peculiare. Al di là dei reticoli significanti.
Ultimo capitolo in ordine di tempo di un opus compatto, riconoscibilissimo,
Addio terraferma non credo possa suscitare dubbi sulla sua utilità di
teatrino tanto intelligente quanto buffo nello sbertucciare soprattutto
il vizio più diffuso, la cupidigia, facendosi estremamente serio, anche
quando non pare, nel bollare la rinuncia agli ideali e la perdita delle
culture e della sacralità in nome del "progresso". Non credo, voglio dire,
che ci si debba chiedere, di fronte alla "continuità" delle fatiche di
Iosseliani, se si tratta di coerenza o di ripetitività: è proprio la grazia
e la leggerezza del suo modo di raccontare il miglior lasciapassare di
uno spirito libero, anticonformista, eccentrico ed estroso. Iosseliani
sa cos'è la magia del cinema, ed è quello che conta, se a questa magia
si salda il senso della vita. |
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