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| THE
ADDICTION |
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| Abel Ferrara |
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| Sceneggiatura: Nicholas St. John; fotografia (b/n): Ken Kelsch; scenografia: Charles Lagola; musica: Joe Delia; costumi: Melinda Eshelman; montaggio: Mayin Lo; interpreti: Lili Taylor (Kathleen Conklin), Christopher Walken (Peina), Annabella Sciorra (Casanova), Edie Falco (Jean), Paul Calderon (il professore), Fredro Starr (il nero), Kathryn Erbe (la studentessa di antropologia), Michael Imperioli (il missionario), Jamel “Redrum” Simmons (l’amico del nero); origine: >USA, 1995; durata: 84’. |
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| Lavorando come regista ho scoperto che ci sono tre tipi di sceneggiatura che possono capitarvi. Ci sono le sceneggiature su commissione, quelle che nascono da un lavoro di gruppo e quelle che vi arrivano così complete e precise nella loro visione che tu sai che devi assolutamente realizzarle. Quella di The Addiction era di quest’ultimo tipo. Quando l’ho letta, vi ho ritrovato molti dei miei sentimenti e delle mie paure riguardanti i dilemmi della vita moderna e della condizione umana. Non avevo mai pensato ad essa come ad un film di vampiri. La collegavo piuttosto alla dipendenza da qualcosa che ci accomuna tutti e al fascino che su di noi esercitano il male e la violenza. Sembra che essa scorra nel nostro sangue. Il genere vampiristico è stato solo uno strumento utilizzato dallo scrittore per esprimere tutto questo. La sceneggiatura è stata scritta dal mio amico e collaboratore Nicky St. John subito dopo la morte del suo primo figlio. Nel momento più triste della sua vita, egli ha trovato un modo per esprimere l’inesorabile ricerca della verità e della luce in un mondo che spesso ci paralizza con la sua rabbia e la sua oscurità. È un tema che coinvolge le persone di ogni età, ma soprattutto quelli della generazione che sta diventando maggiorenne in quest’epoca di cinismo e confusione morale. (Abel Ferrara) |
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| Onore
alla Vitagraph, distributore indipendente e culturale, per avere sottratto
all’oblìo questo film di cui tutte le case ricche, blasonate e distratte
hanno avuto paura. Arriva così in Italia The Addiction, che rappresentò
gli Usa in concorso al Filmfest di Berlino nel 1995: prima di questa uscita
– che avverrà in sale piccole, per cui fate attenzione ai tamburini della
vostra città – il film era passato soltanto su Telepiù, che infatti collabora
con la Vitagraph a questa seconda vita. |
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| Progetto
assai rischioso, che sulla carta promette sfaceli. Ma Ferrara e lo sceneggiatore
St. John hanno il merito di uscire dall’equivoco del film horror e del simbolismo
d’autore lavorando sul rischioso stereotipo del vampiro come metafora del
Male. In The Addiction infatti è il Male che, in un certo
senso, diventa metafora del vampirismo: il Vietnam, Auschwitz, la Bosnia
(ampiamente documentati in foto di repertorio), ma anche il delitto, il
vizio, la malattia sono tutte incarnazioni dello stesso principio. Forme
della stessa sostanza: la sete di sangue l’orrore della Storia, il dolore
privato e quello cosmico. Nessuno sfugge al suo destino di sofferenza, perché
siamo tutti consapevoli, e la domanda filosofica sul perché del Male
non può liberarci dal contagio. Nel
dialogo iniziale sui crimini di guerra, Kathy/Lili Taylor parla con una
sua compagna di corso della necessità di trovare comunque un capro
espiatorio, qualcuno che paghi per tutti, un eletto alla rovescia. Il protagonista
del cinema di Ferrara è sempre un messia folle, un diavolo santo,
un martire peccatore gettato nel mondo, smarrito nella metropoli. Senza
superomismi, però, perché ciò che rende il Male insostenibile
è proprio la sua fascinazione, la pena di commetterlo godendo (in
senso anche sessuale naturalmente): le convulsioni di Lili Taylor in preda
all’astinenza equivalgono agli ululati di Harvey Keitel nel Cattivo tenente,
o al volto cereo di Christopher Walken in King of New York. Come
sempre in questo regista, siamo davanti a un cinema della coincidentia
oppositorum, che interroga il Cielo a partire dall’Inferno terreno,
e che lascia intravedere la luce della salvezza immergendosi nelle fiamme
della dannazione. Malgrado lo spunto narrativo (Lili Taylor è una studentessa di filosofia) e certe ambizioni di sceneggiatura, infatti, lo spirito di Ferrara è più religioso che filosofico. E quella di Ferrara, paradossalmente, è una "religiosità" più "nordica" che mediterranea, venata com’ è di sfumature gianseniste: la natura umana è corrotta, schiava del peccato, e il libero arbitrio porta invariabilmente a scegliere il Male. Invano il vampiro lascia la sua vittima libera di pronunciare il vade retro: "Dimmi di andare via, ma non tanto per dire: ordinamelo". È fin troppo chiaro è il suggello apposto dalla vampira interpretata da Annabella Sciorra: "Non siamo cattivi perché facciamo del male. Facciamo dei male perché siamo cattivi". Pensiamo, per contrasto, a cos’è la spiritualità pacificata di Kieslowski, l’altro celebre mistico del cinema contemporaneo (la predestinazione come un disegno immobile, e i personaggi come burattini nelle mani del Dio-regista). Ma quella di Ferrara, d’altra parte, è anche una religiosità vagamente millenarista, metropolitana, esistenziale (per quanto distante, ad esempio, dallo spiritualismo New Age dell’ultimo Cimino). Una teodicea negativa, un sentimento post-metafisico, che parte dall’uomo e dal suo strazio terreno. Non a caso in The Addiction si cita ampiamente Feuerbach, il filosofo della teologia come antropologia ("Dio è l’eco del nostro grido di dolore"). E non a caso il velato cattolicesimo di Ferrara ricorda l’"ontologia debole" di cui parlano i filosofi contemporanei: un cristianesimo secolarizzato, esito naturale della logica dell’incarnazione. Al di là di questi aspetti, comunque The Addiction, film maledetto, dimenticato, osteggiato, mai distribuito nelle sale italiane, ripropone la scommessa estetica di tutto il cinema di Ferrara. Contaminare i dialoghi concettosi del film-saggio con le formule vecchie e nuove del cinema di genere (dal mancato riflesso nello specchio al look decisamente dark del vampiro metropolitano). Sovrapporre gli echi della body-art alle tecniche del reportage (le foto dei massacri bellici), Resuscitare le suggestioni dell’happening e quelle del théatre de la cruauté (la terribile sequenza del party finale, orgia di muta bestialità). Ispirarsi al rigore di Dreyer senza però risparmiarsi copiose palate di kitsch religioso e filosofico (l’ospedale, i crocifissi, il compiacimento dell’oscurità verbale). Non è poco, e il fischio del ridicolo è sempre dietro l’angolo (l’idea della laureanda in filosofia che diventa vampira e succhia il sangue a mezzo dipartimento durante il party di laurea sembra presa dai raccontini del primo Woody Allen). Invece Ferrara firma un’opera estrema, allucinata, che fa venire i brividi. Non un innocuo pastiche postmoderno, ma un carnevale grottesco, davvero demoniaco, in cui la scelta stilistica del bianco e nero serve soprattutto ad evitare i compiacimenti dello splatter. Lo sguardo di questo grande cineasta non è indifferente o predicatorio come in molto cinema contemporaneo: è intimamente morale. E quello che cola dalla bocca di Lili Taylor non è rosso. È sangue. Vincenzo Buccheri, Segnocinema n. 85, maggio-giugno 1997 |
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