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      AMARCORD
   

Federico Fellini

       
       

Soggetto e sceneggiatura: F. Fellini e Tonino Guerra; fotografia: Giuseppe Rotunno; scenografia: Danilo Donati; musica: Nino Rota; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Bruno Zanin (Titta), Pupella Maggio (madre di Titta), Armando Brancia (padre di Titta), Ciccio Ingrassia (lo zio matto), Magali Noél (la Gradisca), Giuseppe Ianigro (il nonno); produzione: Franco Cristaldi; origine: Italia, 1973; durata: 127'.

       
        LA STORIA
Nella Rimini degli anni trenta l’adolescente Titta cresce fra educazione cattolica e retorica fascista. Suo padre, Aurelio, è un capomastro anarchico e antifascista: sulle sue spalle oltre i due figli, la moglie e l’anziano padre, piuttosto arzillo, vive anche il cognato sbruffone e perdigiorno, lo zio “Pataca”. Lo zio Teo è invece chiuso in manicomio. Nella cittadina vivono personaggi singolari, come Volpina la ninfomane, Giudizio il matto, Biscein il bugiardo, l’avvocato dalla retorica facile, il motociclista esibizionista, il cieco che suona la fisarmonica. Titta frequenta il liceo cittadino, dove le interrogazioni si alternano agli scherzi a insegnanti e compagni. La sua vita erotico sentimentale si divide fra l’inarrivabile Gradisca, i grossi seni della tabaccaia e i balli d’estate al Grand Hotel spiati da dietro le siepi. Con il borgo condivide il trascorrere delle stagioni, con i fuochi per festeggiare l’arrivo della primavera, e gli eventi, il passaggio della Mille Miglia e quello del transatlantico Rex, la visita del gerarca fascista e il nevone. La morte della madre e il matrimonio di Gradisca segnano la fine della sua adolescenza.
       
        LA CRITICA
Federico Fellini ha evocato con maestria un universo di fantasmi, tirati fuori dalle tasche del tempo senza allegria né ferocia, in un’operazione mentale alla fine elegiaca. I passi più riusciti di Amarcord hanno al centro Gradisca: la sua vicenda erotica ha un tono di qualità espressionistica di alto stile, mentre la finale cerimonia nuziale all’aperto ha qualcosa di derisorio che sottolinea la vanità dei nostri impegni rituali. Alternando il mesto al sardonico, il trionfalismo delle “fogarazze” e della corsa automobilistica all’ospedale e ai funerali, Fellini ha descritto un “epos” provinciale che non traligna mai nella sguaiataggine o nel patetico. Giunto al sommo dell’arte sua, Fellini ha imparato a fermarsi a tempo servendosi di un montaggio severo e implacabile.
Morando Morandini, Il Giorno, Milano, 19 dicembre 1973
       
        Ritorno di Fellini in Romagna. I piccoli accadimenti di una Rimini in pieno trionfalismo fascista. Il ventaglio di una vita nella coralità di un’opera degna del miglior Fellini (premiato con l’Oscar). Con la collaborazione, alla sceneggiatura, dello scrittore e poeta romagnolo Tonino Guerra, sfila davanti agli occhi una ricchezza tale di volti e luoghi, divertimenti e finezze, malinconie e suggestioni, da far apprezzare il film alla platea di tutto il mondo. Tutto ricostruito e mai così vero, Amarcord nei toni della commedia venata di malinconia distilla umori e sensazioni con cinematografica generosità. Film di memoria o politico? Film critico o nostalgico? Nelle sue “mistificanti” interviste Fellini ha parlato di asfittica condizione sociale, misera culturale e limitatezza ideologica che il fascismo ci ha regalato. Nella pellicola ciò è a tratti riconoscibile, ma il risultato ci sembra appartenere alla sostanza impalpabile che solo la poesia capta. Quelle figurine che sgambettano non sono solo il frutto e l’immagine di un particolare momento storico, ma anche l’atemporalità di una condizione umana che né dittature né progresso potranno mai, fatti i debiti confronti, cambiare radicalmente.
Fernando Di Giammatteo, Nuovo dizionario del cinema, I film A-L, Editori Riuniti, 1984