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      LA CIOCIARA
    Vittorio De Sica
       
       

Soggetto: dal romanzo di Alberto Moravia; sceneggiatura: Cesare Zavattini; fotografia: Gabor Pogany; scenografia: Gastone Medin; montaggio: Adriana Novelli; musica: Armando Trovajoli; interpreti: Sophia Loren (Cesira), Eleonora Brown (Rosetta), Jean-Paul Belmondo (Michele), Raf Vallone (Giovanni), Renato Salvatori (il camionista); produzione: Carlo Ponti per Compagnia Cinematografica Champion, Roma/Les Films Marceau-Cocinor, Société Générale de Cinématographie, Parli; origine: Italia, 1960; durata: 110'.

       
        La guerra, che non risparmia a Roma i suoi bombardamenti, induce Cesira, una giovane vedova proprietaria d’un modesto negozio d’alimentari, a cercare rifugio tra i monti della Ciociaria dov’è nata. Sua costante preoccupazione è che alla figlioletta tredicenne, Rosetta, siano risparmiati per quanto possibile i patimenti, le angosce e le sofferenze che la guerra infligge anche ai civili. Ad accogliere le due donne sono amici, parenti e la serenità dei luoghi che sembrano tagliati fuori dalla tragicità di quelle ore. Ma il fronte, in movimento continuo lungo la penisola, si avvicina inesorabile. La prima vittima di quella piccola comunità è Michele, un timido innamorato di Cesira, che nel proprio tormentato spirito di contadino letterato e sapiente soffre più degli altri la crisi profonda della guerra. Un gruppo di tedeschi che cerca scampo all’incalzare degli Alleati costringe il giovane a guidarli attraverso i monti. Arrivano le truppe alleate nella generale euforia Cesira decide di tornarsene a Roma insieme con la figlioletta. Per lei la guerra è finita, l’incubo è passato. A piedi le due donne s’incamminano ma, fermatesi per riposare in una chiesa diroccata, ecco fulminea la tragedia. Un gruppo di soldati marocchini aggredisce e violenta le due donne. Il disperato dolore di Cesira è, più che per sé, per l’innocente figliola. Rosetta si rinchiude in un agghiacciante silenzio. La sua serenità di fanciulla, il suo confidente amore sono d’un colpo sostituiti da una sorta di freddo rancore. La triste notizia che Michele è stato fucilato dai tedeschi scioglierà infine quel ghiaccio in un pianto benefico.
       
        Ci sono, chissà perché, momenti memorabili per il cinema, sintonie speciali: il 1939 per il cinema americano, il 1960 per quello italiano, allora il migliore del mondo. Ecco, d’un colpo solo, apparire La dolce vita, L’avventura, Rocco e i suoi fratelli, Kapò, Tutti a casa, Era notte a Roma. E La Ciociara, in inglese Two Women, che dal Natale ’60 al giugno ’65, incassò 1 miliardo e 550 milioni, record per l’epoca. Erano gli anni in cui il nostro cinema, cresciuto a distanza ravvicinata ma non troppo dalla guerra, ricominciava a mettere a fuoco il come e il perché del fascismo e della lotta partigiana, a ragionarci su con l’intento di raccontare la storia. Ecco i film di Zurlini, Vancini, Pontecorvo, Montaldo, Loy, Puccini. Con la consueta complicità di Cesare Zavattini, De Sica, tornato alla regia dopo una pausa di circa 4 anni (il suo ultimo film era stato il Tetto del 1956), rilegge il romanzo di Moravia pubblicato due anni prima, per darci un affresco dell’ultimo periodo dell’occupazione tedesca prima della Liberazione, un grande “spettacolo”, all’americana nel senso migliore, di dolore universale. Chiamando a viverlo, soffrirlo, interpretarlo con passione, la nostra diva più popolare, Sophia Loren – il nome sui titoli possedeva ancora l’esotica “acca” – di cui egli fu il principale Pigmalione. La diva è Cesira, giovane vedova che nel ’43, con la figlia Rosetta, si rifugia in campagna per sfuggire ai bombardamenti di Roma; mentre torna a Roma viene aggredita e violentata, con la figlia, da un gruppo di marocchini che facevano parte dell’esercito americano liberatore. Sarà difficile poi, per madre e figlia, ritrovarsi.
De Sica racconta gli eventi con la precisione naturalistica di chi li ha vissuti, in un bianco e nero più vero e colorato del colore, marcando la confusione morale del periodo, il pericolo quotidiano, la lenta agonia dei sentimenti e degli affetti di fronte al rischio, alla violenza, alla vigliaccheria. Naturalmente, se Sophia è la “madre coraggio” e il respiro narrativo è a gradimento internazionale, le scene madri, appunto, sono tutte sue, destinate a commuovere eternamente a ogni latitudine: il lessico familiare, i colloqui e le tenerezze con Eleonora Brown (giovane attrice italo-americana che di lì a poco si sarebbe ritirata dallo schermo), fino al brano sconvolgente del duplice stupro, in una chiesa fumosa di recenti rovine. La Loren, per questo film, il principale della sua carriera, vinse sia l’Oscar (seconda solo alla Magnani), sia il premio al Festival di Cannes nel ’61.
Il negativo originale della pellicola, restaurata insieme alla Fondazione Scuola Nazionale di Cinema, con la collaborazione di Titanus e Surf Film e con l’Associazione Amici di Vittorio De Sica, presentava evidenti righe, pattinature (segni lasciati dai pattini delle macchine da stampa) e alcune lacerazioni del fotografico di cui una molto grave di 35 fotogrammi. È stato necessario recuperare un controtipo per trarne i fotogrammi da sostituire a quelli vecchi, irrecuperabili. Si è intervenuto con solventi speciali per eliminare una laccatura che, all’epoca, era stata stesa per proteggere il negativo ma che lasciava macchie più chiare visibili in proiezione.
Il negativo colonna presentava un inizio di “sindrome acetica” che in breve ne avrebbe pregiudicato l’utilizzo. La colonna restaurata è stata ritrascritta su nuovi supporti dopo che computer digitali hanno eliminato tutti i disturbi presenti.
Cinema Forever, www.corporate.mediaset.it