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        LA STRADA LUNGA UN ANNO
(Cesta duga godinu dana)
      Giuseppe De Santis
       
       

Soggetto: Giuseppe De Santis, Elio Petri, Gianni Puccini, Mario Socrate; fotografia (Ultrascope): Marco Scarpelli (operatori: Pasqualino De Santis, Branko Blazina); scenografia: Zrilimir Zagota; costumi: Oto Reisinger, Jagoda Buic Bonetti; montaggio: Boris Resija; musica: Vladimir Kraus-Rajteric; fonici: Xalber Pregernik, Oscar Di Sant, Erich Molnar; interpreti: Silvana Pampanini (Giuseppina Pancrazi), Eleonora Rossi Drago (Susanna), Massimo Girotti (Chiacchiera), Bert Sotlar (Guglielmo Cosma), Milivoje Zivanovic (Davide), Gordona Miletic (Angela), Niksa Stefanini, Herminia Pipinic, Lya Rho-Barbieri, antun Vrdoliak, Branko Tatic, Rodoiko Jezic, Nada Skrinjar, Rikard Brzeska, Peter Spajic-Suljo, Dragica Mezmaric, Augusto Tilic, Aca Stojkoric, Ljubo Dijan, Milan Lentic, Tihomil Planec, Zdeavko Smovrev, Milan Ramljak, Ljudovit Galic, Marko Soljacic, Alexandr Andrijic, Zeliko Ringl, Moric Danon, Dragan Knapic, Ivo Pajer; produzione: Ivo Vrhovec per la Jadran Film; origine: Italia, 1957; durata: 130'.

       
       

Davanti a La strada lunga un anno non si può fare a meno di ripensare ad un film di John Ford, How Green Was My Valley (Come era verde la mia valle, 1941) e questo per almeno due motivi. Da un lato, entrambi i film sono basati su un’azione corale più che sull’agire di personaggi singoli; più precisamente, descrivono la vita della popolazione di un piccolo paese e sono fondati sulla messa in scena di una rete di relazioni psicologiche e sociali, rete che avvolge i personaggi in una calda atmosfera di partecipazione e di complicità sentimentale. D’altro canto sia How Green Was My Valley che La strada lunga un anno esprimono una viva emozione religiosa.
Infatti, uno degli aspetti più trascurati della poetica desantisiana è costituito dal suo rifarsi a motivi tipici del cristianesimo sociale, che nei film del regista si intrecciano e si confondono col tema della solidarietà di classe. È una pre­senza che emerge qua e là nell’opera di De Santis, senza tuttavia intaccarne il carattere profondamente laico; a cominciare dal finale positivo di Caccia tragica, in cui i membri della Coopera­tiva Nullo Bandini esercitano il “perdono” nei confronti di Alberto, avendo riconosciuto in lui uno sventurato compagno. Sono modi narrativi cari anche a tanto cinema francese, soprattutto degli anni trenta. Se si ripercorre la filmografia desantisiana alla luce di queste suggestioni si noterà che simili accenni affiorano più di una volta, determinando e giustificando la sostanza morale e il comportamento di tanti personaggi. Uno di questi è sicuramente Anna Zaccheo, con la sua dignitosa “fede” nella vita, con la sua forte opposizione ad uno sciagurato desti­no.
La speranza, la fede, il perdono, il riscatto sono presenti in molti film di De Santis. Ma in La strada lunga un anno il senti­mento religioso emerge con maggiore decisione. È nella visione del lavoro che si esprime questo slancio. Al lavoro è attribuito un potere quasi miracoloso, un fascino particolare. In De Santis, si noti bene, il lavoro non divide mai gli uomini, ma li unisce. Davanti al lavoro tutti si affratellano, vincono gli istinti di distruzione, riescono ad innalzarsi sopra la natura per “costrui­re”.
Al di là di questo doppio motivo di affinità, il paesino gallese di John Ford e il paesino immaginario di De Santis appartengono a due universi assai lontani. Tanto più che se Ford aveva fatto ricostruire di sana pianta, il suo Galles negli Studi di Hollywood, De Santis invece era dovuto andare a scovare in Jugo­slavia qualcosa di simile alla sua Ciociaria. Eppure in La strada lunga un anno il regista di Fondi dimostra una sapienza narrativa fordiana, una naturalezza e una felicità che sono veramente rare lontano da certi luoghi e da certe epoche della storia del cinema. Ha scelto un narrare di vasto respiro. La strada lunga un anno è una specie di poema epico che ha anche diversi ascendenti letterari: la letteratura americana del Novecento da una parte, la tradizione letteraria italiana dall’altra, si potrebbero fare i nomi di Boccaccio, Manzoni e Verga, come esempi di un modo di narrare che riunisce un felice distacco ad una calorosa partecipazione emotiva.
Il regista attinge, tra l’altro, ad una figura che appartiene sia al racconto letterario che a quello cinematografico: il viaggio. Non si tratta di un viaggio vero e proprio. Ma La strada lunga un anno ne contiene l’essenza. Il suo è un viaggio molto lento perché ha da costruirsi la strada davanti a sé. È un viaggio di fondazione e come tale accede allo spazio dell’epica, come una strana odissea compiuta da un equipaggio di contadini alla ricerca delle radici della loro stessa sostanza. Essi scopriranno che questa sostanza è il lavoro – un lavoro compiuto in libertà e con animo lieto – più vastamente inteso da De Santis come motivazione prima dell’esistenza umana e base della sua “divini­tà”, chiave dei rapporti sociali, finanche dei sentimenti.
Tra i protagonisti dell’odissea di La strada lunga un anno, quasi tutti attori slavi, spicca un Massimo Girotti in forma smagliante, nel ruolo del cantastorie Chiacchiera. A lui questo film fruttò un premio al Festival di San Francisco e – cosa che per l’attore valeva ancora di più – un telegramma di congratula­zioni di un centinaio di parole, firmato Luchino Visconti.
Stefano Masi, De Santis Il Castoro cinema 1981