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        LA GARÇONNIÉRE
     

Giuseppe De Santis

       
        Soggetto e sceneggiatura: Roberto Gerardi, Giuseppe De Santis, Franco Giraldi, Tonino Guerra, Elio Petri; fotografia: Otello Colangeli; scenografia: Ottavio Scotti; musica: Mario Nascimbeni; interpreti: Raf Vallone (Alberto Fiorini), Eleonora Rossi Drago (Giulia Fiorini), Marisa Merlini (Pupa), Gordona Miletic (Laura), Nino Castelnuovo (Vincenzo), Maria Fiore (Clementina), Clelia Matania (Angelina), Ennio Girolami (Alvaro), Renato Baldini (padre del bambino), Franca Marzi (madre del bambino), Nando di Claudio, Miranda Campa, Franco Balducci, Luigi Borghese, Piero Bugli, Marrico Melchiorre, Mauro del Vecchio, M. Antonietta Leoni, Fabio Altamura, Gabriele Pagani; produzione: Roberto Amoroso; origine: Italia, 1960; durata: 90'.
       
       

La garçonnière è un film nel quale trionfa la mise en scène totale, un po’ come in Roma ore 11. Ma rispetto a quel film di quasi dieci anni prima, esso appare molto più denso, fornendoci l’immagine di un De Santis che ha fatto di nuovo sua la poetica dell’accumulazione di Caccia tragica. È un De Santis che, dal punto di vista stilistico, ha riguadagnato tutto il suo sfavillio barocco. Questo è un termine usato spesso con intenzione infamante (un esempio per tutti, il Fabio Carpi di Cinema italiano del dopoguerra: “De Santis rivelò un’esuberanza stilistica e una ricchezza tecnica che cadeva nel barocchismo”), almeno nei confronti di film come Riso amaro e Non c’è pace tra gli ulivi. Bisogna precisare che qui, invece, dicendo “barocco” si intende semplicemente riferirsi ad un certo stile storicamente definito e rilevante, fatto di “mettere” più che di “togliere”, identificabile in opposizione a una generica idea di classicismo. Il gusto desantisiano per l’accumulazione lo si ritrova nella recitazione degli attori di La garçonnière, che è tutta sopratono, forse per bilanciare le particolari doti emozionali di Vallone; e lo si ritrova ancora nella cura con la quale sono trattati gli eventi marginali della storia e i personaggi di secondo piano. De Santis fa vivere sullo schermo non un numero limitato di personaggi – cosa che avrebbe fatto, invece, un Antonioni, partendo, dallo stesso soggetto – ma un piccolo e compatto agglomerato umano, raccolto intorno allo spazio fisico della strada-piazza ricostruita dallo scenografo Ottavio Scotti al teatro grande del Centro Sperimentale. Dunque, per quel che riguarda la mise en scène, La garçonnière costituisce un passo avanti rispetto a Roma ore 11, sviluppando elementi di coralità urbana che erano già presenti in quel film, ma solo in nuce. Lì De Santis usava una leva importantissima: lo spettacolo. Qui, invece, non ha più, bisogno di un elemento come il crollo delle scale. Da questo punto di vista, anzi, La garçonnière è un film vuoto, nel quale non accade effettivamente nulla: qualche appuntamento, molte telefonate, una scazzottata trascurabile. Si verificano tanti piccoli, minuscoli accadimenti, a comporre una situazione. Allora, che cos’è che riempie l’involucro di La garçonnière sembrano essere quegli stessi di Caccia tragica o di Riso amaro, ma in altri abiti, ben rasati e con molti anni di più sulla schiena, forse imborghesiti, venuti dalla campagna in città a fare i conti – a modo loro, s’intende – con l’Italia che si prepara al boom economico. L’ingegnere Alberto Fiorini, del resto, è uno che s’inventa un rapporto sentimentale (zavattiniano, direi) con l’elemento tecnologico: registra al magnetofono una lettera d’amore a Laura, ma senza pensare di fargliela ascoltare. Il suo è solo un modo per confidarsi con un amico: è evidente che un cittadino non parlerebbe mai con tanta naturalezza ad una macchina. Solo un contadino può sentirsi tanto vicino spiritualmente, alla fisicità delle “cose”, perché è abituato a stare tra “cose” viventi, come alberi, piante, fiori, esseri che vivono anche se non possono parlare o agire. Ma sanno ascoltare. Viene in mente quanto ha scritto Lino Miccichè in un suo saggio su De Santis (De Santis e la trilogia della terra, raccolto nel volume La ragione e lo sguardo): “I protagonisti dei suoi film non sono mai allusivi, non rinviano all’implicito, non appaiono sovraccarichi di ambiguità (e di senso): sono ciò che fanno, interamente ed integralmente”. Ecco, in questa sovrapposizione di essere ed agire, acutamente rilevata da Miccichè, mi sembra che stia il senso di molte scelte stilistiche di De Santis, il quale – forse inconsapevolmente – ha saputo spezzare “la tradizionale dialettica interna del personaggio borghese”. Un’altra costante desantisiana che emerge bene da La garçonnière è costituita dalla folta presenza femminile che vi ritroviamo. Intorno al protagonista maschile orbita un complesso sistema planetario femminile, quali a ricomporre l’immagine di un harem o almeno di una famiglia matriarcale: sua moglie Giulia, la sua amante Laura, l’amica di Giulia, Pupa. Anche quest’ultima in tempi lontani è stata amante di Alberto. Eppoi, vi sono le “eclissi”, le donne assenti, cioè quelle che l’uomo ha ricevuto nella sua garçonnière.È un piccolo esercito di donne e tutte amano e hanno amato l’ingegnere Alberto. E lui potrà ancora amarle? Sì, ma per poco. Se guardiamo per un attimo ai film successivi di De Santis ci accorgiamo che in Italiani brava gente l’amore è quasi impossibile (lo si fa nei campi di girasole, dove si muore, o dentro un carro armato) e in Un apprezzato professionista di sicuro avvenire è del tutto precluso al protagonista che si scopre impotente. A tutt’oggi La garçonnière è l’ultimo film di donne realizzato da De Santis. Le donne di La garçonnière, a differenza di quasi tutte le altre figure femminili uscite dalla macchina da presa di De Santis, non hanno bisogno di lavoro. La bella Silvana di Riso amaro aveva bisogno di lavoro; così pure le ragazze di Roma ore 11 e Anna Zaccheo, la figlia del conduttore della funicolare.
Stefano Masi, De Santis Il Castoro cinema 1981