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| A TEMPO PIENO
(L'emploi du temps |
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| Laurent
Cantet |
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| Sceneggiatura: Robin Campillo Laurent Cantet; fotografia: Pierre Milon; musiche: Jocelyn Pook; montaggio: Robin Campillo; interpreti: Vincent Aurélien Recoing, Muriel Karin Viard, Jean-Michel Serge Livrozet, produzione: Haut et Court, Arte France Cinema, Rhône-Alpes Cinema, Havas Images; distribuzione: Mikado; origine: Francia; anno: 2001; durata: 133’ |
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| Un uomo, dirigente
d’azienda, perde il lavoro. Non si sente, non ha il coraggio o la voglia
di dirlo ai familiari e agli amici. Osserva gli orari di prima, rispetta
l’apparenza di una vita che non ha più: nel tempo inoccupato dorme in automobile,
mangia male, abusa del telefonino, girella nei parchi
o lungo i fiumi, s’intristisce nell’ozio e nell’ansia, affonda in
un mare di menzogne alla fine insopportabile. Il caso è più frequente di
quanto si creda. In Francia l’analogo percorso di Jean-Claude Romand ha
dato origine a un fatto di cronaca sanguinoso e famoso. In «A tempo pieno»
di Laurent Cantet, vincitore del Leone dell’Anno all’ultima Mostra di Venezia,
il protagonista senza più lavoro deve procurarsi i soldi per garantire alla
famiglia il livello di vita abituale: organizza una piccola rete di falsi
investimenti del denaro di conoscenti e poi se ne pente, si associa a un
truffatore dell’importazione clandestina dai Paesi dell’Est europeo, racconta
balle, a un certo punto le sue bugie non reggono più. Con l’aiuto del padre,
trova un nuovo lavoro. Al di là dell’aneddoto, il bel film diventa l’analisi
di un’esistenza: l’uomo né brutto né bello, anonimo e insieme ricco di personalità,
profondamente sincero mentre recita le sue bugie, è logorato dal lavoro
eppure incapace di avere identità senza il lavoro. Dopo mesi di tensione
(e anche di riposo: ozio, ore vuote, mancanza di regole e di competizione),
quando si presenta al nuovo impiego non prova alcun sollievo. Smarrimento
e desolazione non si cancellano. Dentro di lui, così attento a mostrarsi
buon dirigente, buon padre, buon marito, buon guidatore, buon componente
della società, esiste un immenso desiderio di libertà che gli permette di
sopravvivere. I rapporti del protagonista con il lavoro, con la solitudine,
con i propri figli e i propri genitori, sono illustrati nel film attraverso
una sottigliezza, accuratezza e originalità alle quali dà un grande contributo
l’interpretazione eccellente di Aurélien Recoing, attore di teatro meno
noto al cinema. Nel mondo contemporaneo disoccupazione e sottoccupazione
sono incubi quotidiani, e può sembrare singolare l’analisi di un disagio
insito nel lavoro parolaio, inappagante: ma «A tempo pieno» rappresenta
anche una lezione importante d’intelligenza umana. Lietta Tornabuoni, La Stampa, 19/10/2001 |
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| In uno
dei Quarantanove Racconti di Ernest Hemingway due camerieri, uno
giovane e l’altro vecchio, immersi nella cupa atmosfera di un locale hard
boiled, sono animati da una discussione sui massimi sistemi della vita,
di quelle che si consumano sui banconi dei bar di tutto il mondo. Il cameriere
più anziano si lamenta, si lamenta di qualcosa che non ha, mentre il giovane
spavaldo lo rintuzza ricordandogli che non gli manca niente, che ha avuto
tutto dalla vita, raggelato dalla risposta tagliente e secca dell’amico:
«Mi manca tutto, tranne il lavoro». Lo scriveva Hemingway nel 1938, lo riprende
oggi Laurent Cantet con il film A tempo pieno, premiato a Venezia
con il Leone dell’anno, il neonato Award istituito per la prima volta quest’anno
da Barbera. Cantet, quindi, disegna un tratto in più nella riflessione sulla
condizione esistenziale dell’uomo occidentale vestendo il tema della fuga
dalla realtà, dal gioco delle costrizioni economiche e sociali nel nuovo
mondo della new economy, sul corpo stanco e flaccido di un quarantenne,
Vincent, che approfittando di un licenziamento, forse indotto, scende i
gradini verso l’inferno dell’ambiguità tra desiderio di fuga e mantenimento
dei privilegi sociali che la condizione borghese garantisce. Vincent inscena
una doppia vita, quella ufficiale e finta che lo vede alto funzionario dell’0nu
in stanza a Ginevra, e quella vera e tremenda, di un uomo che si confonde
con la vita dei bassifondi e del traffico illecito di marche falsificate.
Efficacemente tenuto sul bilico di questo abisso A tempo pieno trasforma
il fatto di cronaca nera, la vera stoffa di Romand che fa strage della famiglia
allorquando questa scopre la menzogna un cui l’ha tenuta, in una parabola
sulla deriva autodistruttiva di un uomo che tenta la fuga da una realtà
che non gli piace. Laurent Cantet sposta la sua osservazione dal contesto
sociologico del mondo lavorativo, affrontato con il precedente Risorse
Umane, a quello psicologico, più delicato e intimista, senza soluzione
di continuità, tirando un filo che lega le vicende di Frank, il protagonista
in lotta sindacale di Risorse Umane, a quelle di Vincent. Sarebbe
quindi un errore considerare quest’ultima prova come un tassello in più
nel filone del cinema politico-sindacale francese, come considerare Cantet
il Ken Loach transalpino, anche se le cose che più convincono sano proprio
quelle lasciate sullo sfondo: l’ingordigia di piccoli borghesi benestanti
che tentano la fortuna investendo i risparmi di una vita in operazioni di
mercato al limite della legalità, quelle che imbastisce Vincent per alimentare
la sua schizofrenia, come il mondo fosco del traffico illegale di orologi
e penne «taroccate». Ombre che attraversano la strada di questa vittima
letta dal mercato globalizzato la cui doppia vita viene strozzata da un
efferato doppio finale. Dario Zonta, l’Unità, 18/10/2001 |
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