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UN ANGELO ALLA MIA TAVOLA |
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| Jane
Campion |
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| Soggetto: basato sui romanzi di Janet Frame: “To The Is-Land”, “An Angel At My Table”, “The Envoy From Mirror City”; sceneggiatura: Laura Jones; fotografia: Stuart Dryburgh; musiche: Don McGlashan; montaggio: Veronika Haussler; scenografia: Grant Major; Glynis Angell (Isabel), Melina Bernecker (Myrtle), Andrew Binns (Bruddie), William Brandt (Bernard), Edith Campion (Miss Lindsay), Iris Churn (Mamma), Karen Fergusson (Janet teenager), Kerry Fox (Janet Frame), Alexia Keogh (Janet giovane), David Letch (Patrick), Marty Sanderson (Frank Sargeson), Sarah Smuts Kennedy (June), Kevin J. Wilson(Papà); produzione: Bridget Kin e John Maynard per Hibiscus Film; distribuzione: Mikado Film; origine: Nuova Zelanda, 1990; durata: 156’. | ||||||
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A partire dall’infanzia Janet Frame appare come segnata da una sottile quanto
decisiva inconciliabilità con le persone con cui convive (...). La maldestra
attitudine ad una immediatezza inconsapevole dei pericoli connessi all’inosservanza
delle convenzioni e dei divieti la porta del resto anche in famiglia a
provocare situazioni di frattura che, naturalmente, non è in grado dì
controllare, e che, con la violenza della conseguente punizione, non fanno
che sancire la sua segreta inaffidabilità: l’episodio dell’involontaria
spiata sui commerci sessuali della sorella maggiore è esemplare, e introduce
contemporaneamente l’elemento erotico, destinato per lunghi anni a scatenare
nella giovane Janet più ansia e frustrazione che disponibilità al piacere.
Quest’ultimo viene invece subito trovato nella lettura e nella scrittura;
il quadro è chiaro per Janet, ma non per chi le vive accanto, che travisando
le sue capacità vede in lei solo la futura maestra e non la possibile
scrittrice. Janet stessa, del resto, finisce per sentire la propria vocazione
come qualcosa di abnorme, non commisurato all’ambiente da cui esce e alle
aspettative che le vengono imposte. Il passaggio attraverso le scuole
superiori, anziché condurla a una maturazione della sua vera identità,
la incastra in una condizione di incompletezza cronica e apparentemente
senza sbocchi; la conseguente incapacità di fronteggiare normali situazioni
di controllo da parte dell’autorità e la resa incondizionata al panico
e al desiderio di fuga finiranno per marcarla come individuo prima di
tutto bisognoso di ricovero e di cure psichiatriche. (...) Nel costruire
l’itinerario esistenziale di questo personaggio, la Campion ha scelto
di trasmetterne l’eccezionalità per mezzo di un procedere narrativo più
aggiuntivo che consequenziale; i “quadri” corrispondenti ai singoli avvenimenti
si succedono, individuati prima di tutto in base all’importanza delle
esperienze o degli elementi che ne emergono, e si dispongono più per attrazione
che per concatenamento logico-temporale; il senso che ne deriva ruota
naturalmente più intorno all’intenzione di raffigurare l’idea di “individuo
portatore di poesia”, che non al progetto biografico tout-court. (...)
La pubblicazione di quel libro, e il premio che gli viene conferito, segnano
la demarcazione tra la morte virtuale (minacciata nell’eventualità della
lobotomia) e la nuova vita che attende Janet. Vale la pena di sottolineare
qui come siano alcune figure maschili a determinare con il loro intervento
le aperture decisive che punteggiano provvidenzialmente l’esistenza di
Janet (...). E quando alla figura maschile si unisce l’attrazione fisica
che si pongono le premesse, piacevoli, per la caduta, è il professore
di cui si sente segretamente innamorata, e a cui concede la sua fiducia,
che finisce per farla internare, così come è il giovane americano con
velleità d’artista che, dopo averla iniziata ai piaceri della sessualità
finalmente realizzata, se ne va lasciandola incinta, nuovamente alle prese
con una solitudine e una nevrosi irrisolte. (...) L’esperienza artistica
come prodotto non solo di una necessaria contiguità fra l’artista e il
mondo, ma anche di una irriducibile aspirazione del primo alla più integrale
armonia con il secondo, non può dar luogo, infine, ai propri risultati
se non in una solitudine consapevolmente acquisita e serenamente accettata.
Qui il senso del ritorno in Nuova Zelanda, (...) e di quel movimento avvolgente
della m.d.p. intorno alla roulotte in cui Janet scrive, mentre il mondo
accanto a lei si accinge al sonno notturno. In questa serenità nutrita dalla cognizione del dolore necessario si specchia la scelta stilistica operata dalla Campion; scelta forse più conforme in questa occasione che non in passato alle “buone regole” della messa in scena tradizionale, tuttavia attraversata di quando in quando da qualche lampo livido: l’impressione generale è quella dell’instabilità, appena sottolineata, di un equilibrio compositivo gelato un attimo prima della sua dissoluzione. Inoltre, nel contesto di un’apparente “buona educazione” registica, la produzione del disagio viene affidata soprattutto ad elementi concreti dell’immagine: i corpi che si muovono nell’ospedale psichiatrico, i denti guasti di Janet, le contrazioni dell’aborto, l’esposizione cimiteriale delle scatole di cioccolatini in casa della zia, i pannolini sporchi di sangue, l’evidenza della miseria nella casa paterna, la fame sfogata scompostamente sugli avanzi altrui ...: inquieto, anche in quei momenti che sembrano rivelare un calo di tensione compositiva, Un angelo alla mia tavola non è per nulla quel “ritorno alla ragione”, che qualche critico di casa nostra ha voluto frettolosamente sentenziare, più a conferma della propria ostilità al precedente Sweetie che non a conclusione di una consequenziale analisi di questo. Adriano Piccardi, Cineforum n. 302, 3/1991 |
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