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| ULTIMO TANGO A PARIGI |
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| Bernardo
Bertolucci |
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| Soggetto e sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Franco Arcalli; fotografia: Vittorio Storaro; musica: Gato Barbieri; montaggio: Franco Arcalli; scenografia: Ferdinando Scarfiotti; arredamento: Maria Paola Maino; costumi: Gitt Magrini; suono: André Bonfanti; interpreti: Marlon Brando (Paul), Maria Schneider (Jeanne), Jean-Pierre Léaud (Tom), Massimo Girotti (Marcel), Maria Michi (madre di Rosa), Giovanna Galletti (la prostituta), Darling Legitimus (la portinaia), Marie-Hélène Breillat (Mouchette), Veronica Lazar (Rosa), Luce Marquand (Olimpia), Gitt Magrini (madre di Jeanne); produzione: Alberto Grimaldi, per Pea/Artistes Associés; distribuzione: Titanus; origine: Italia-Francia, 1972; durata: 126’. |
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| “Il
film è un campo di battaglia”, ha detto Sam Fuller. “Il cinema è sangue,
lacrime, violenza, odio, morte, amore” ha detto Douglas Sirk. Bernardo
Bertolucci in Ultimo tango a Parigi ha messo in scena un campo
di battaglia: sangue, lacrime, violenza, odio, morte, amore, hanno tappezzato
il campo di questo film. Marlon Brando e Maria Schneider, prima che un
racconto, sono stati la pelle e la carne di questa scena: i corpi in cui
incastrare un’idea di cinema, un’idea di vita. Flash-back per alcuni
(quelli della seconda visione), flash-forward per altri (quelli
solo ora alla prima visione), Ultimo tango è comunque, e
ulteriormente, un film seminale. Datato? Forse, invece, un film di datità.
Intanto film-forward comunque, che nell’istanza dell’iperbole ha
raccontato, ha anticipato il cinema allora possibile (oggi visibile) anni
70/80. E intanto, e ancora film-back, che ha rammemorato (non antologizzato)
il prima, gli anni ’60, episodio veramente devastante di una fenomenologia
dello spazio-corpo-passione, che esalta e inquina, tra differenze e ritorni,
generi e codici, Nicholas Ray e Mizoguchi (molto più e primariamente
che Oshima e Fuller), e Sirk e Renoir e Vigo. E intanto, attraversamenti
godardiani del piacere della messa in scena, dolly felici come in un musical
degli anni ’40, aperture urbane come nelle città rigorosamente “builded
on set” di Lloyd Bacon per Busby Berkeley; nello stesso tempo cinema barbaro
e melò, come in Rocha. E tutto questo penetrando con la violenza poetica
del carrello di Glauber nel sertao dei corpi, oltre il filtro dell’iconografia
delle carni di Bacon e dei vetri smerigliati di Storaro, fino al corpo
del cinema classico, verso la deriva dei generi e il naufragio degli autori,
tradendo da “autore” il cinema d’autore, consumandolo-consumandosi nella
scena-conflitto di Brando/Kazan, nella mitologia e mitografia relativa.
Datità: tra il cielo e lo specchio si consuma un rapporto impossibile,
una riflessione inesistente: chi non vede non si riflette, non può riflettere
sull’esperienza del vedere-vedersi: vedere è una questione di grammatica
e di abitudine, quindi di sintassi. Paul e Jeanne, ciechi dell’amore dell’altro,
inscenano le lacrime, le consumano e le stillano in una necessaria inflazione,
lontana e sempre lontanissima dal larmoyant, punto di frizione
e di ferita tra la norma e la forma del sentimento. Le lacrime sono comunque
necessarie, lavorano infatti per la visibilità del melodramma. Melodramma
straordinariamente disequilibrato, che flirta col kitsch, ma si mostra
puro dalla ( e nella) volgarità, tranciato come i grandi
melodrammi da dissonanze e sgrammaticature (ascoltare Puccini!), Ultimo
tango investe la buona coscienza filologica, attempata nel gioco dei
reperti e delle fisiologiche genealogie, allertando invece a sentire continuamente
il visto non solo come vissuto, ma innanzitutto come dato-datità.
Nello stesso tempo, in questa stessa istanza, Ultimo tango scioglie
e allenta la memoria (il passato cinematografico) in un’estetica dell’istante
ottenuta attraverso la costruzione-decostruzione del cinema-genere/cinema-classico
(plot-plan), amando ma tradendo questo tratto d’unione e in fondo,
a ben vedere, anche tutto il cinema degli anni ’60. Bernardo Bertolucci
racconta, in fondo, tutto questo. Brucia nella passione di Brando la passione
di cinema gelificata nella forma irrequieta e carica di Partner,
inscenando un cinema attuale perché inattuale, proprio perché
e in quanto cinema dei sentimenti e della loro oscena dismisura, risolta
dalla misura ampia – la taglia forte – del sentimento del cinema,
come Rossellini del resto, su altra, ma non lontana
sponda. Nella scena del tango, quando la regola del ballo esemplificata
dai concorrenti è amorosamente tradita da Paul per Jeanne (tradire la
regola per non tradire il ballo come spazio gestuale e temporale della
seduzione), è allora che Bertolucci sferra il colpo basso dell’autore
melò, auspica e afferra, esulcera e scava la lacrima dello spettatore,
provoca in lui lo straniamento e la devastazione. Poi, ultimo coup
de theatre, dettato crudele, Artaud e Bataille insieme, lo strike
del battitore sulla piazzuola del baseball: Maria Schneider-Jeanne scagliata
via lontanissima, e noi, e Paul-Brando, e Bernardo Bertolucci, sul carrello
invano ad inseguirla, prima per le strade, poi senza più neanche il carrello,
su, ancora su per le scale, per celebrare il corpo dell’attore, la corsa,
la sconfitta, il fuoricampo, la morte annunciata dell’“ultimo straniero
a Parigi”: nel noir, come nel melodramma, come nel western, si è sempre
stranieri nei confronti del sentimento, come del destino. C’è quasi sempre
un’interiorità fuori orario, o un’esteriorità fuori spazio, un
esterno nemico. Film dolorosamente straniero, barbaro, lontano,
Ultimo tango galleggia trascinato dalla corrente dei furti, dalle
rotte dei ladri di cinema, travolto dai detours degli amori
impossibili, cinematografici e non, entrambi comunque reali. Maria Schneider
intanto, senza per questo essere femmina folle, ha amato e ucciso
per noi, ma soprattutto per Bernardo Bertolucci, Marlon Brando. E questo
è il punto: un punto in cui la vita e il cinema sono sicuramente tangenti.
Se le scene primarie del sesso e della morte raccontano il tempo infinitamente
breve e spazioso che congiunge la morte e il linguaggio, il tumulo e la
camera da letto, il cinema di Bertolucci quasi sempre racconta il brusìo
ora indistinguibile ora articolato su cui questi estremi giacciono, racconta
nella vita di un film il film possibile della vita, inscenando questa
possibilità nell’accelerazione di un ultimo tango, tra i neon e i quarzi
del set e del soffitto, su per gli appliques e gli specchi: “e lucean
le stelle”… |
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