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| AGONIA (o Il fico infruttuoso) |
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| Bernardo Bertolucci | ||||||
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da Amore e rabbia) Soggetto e sceneggiatura: Bernardo Bertolucci con i membri del Living Theatre (liberamente ispirato alla parabola evangelica del fico infruttuoso); fotografia (technicolor-techniscope): Ugo Piccone; scenografia e costumi: Lorenzo Tornabuoni; montaggio: Roberto Perpignani; musica: Giovanni Fusco; suono: Amelio Verona; interpreti: Julian Beck (il moribondo) e i 24 attori del Living Theatre (i visitatori), Milena Vukotic (l’infermiera) Giulio Cesare Castello (il sacerdote), Adriano Aprà e Romano Costa (chierici); produzione: Carlo Lizzani per la Castoro Film (Roma) AnouchkaFilm (Paris); origine: Italia-Francia 1969; durata: 28'. |
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| La
realizzazione di Il fico infruttuoso ha rappresentato per noi un’esperienza
straordinaria. Siamo arrivati a Roma senza preparazione per questo lavoro,
né io né nessun altro della compagnia aveva parlato prima di allora con
Bernardo e non avevamo idea di che genere di film si trattasse, eccetto
che a Bernardo piaceva il nostro lavoro e a noi il suo e che ci si aspettava
un lavoro creativo. Per le riprese ci sono occorsi, credo, dieci giorni,
e tre li abbiamo trascorsi a lavorare assieme, a provare e preparare
ciò che stavamo per girare. Bernardo pareva adattarsi con una facilità
incredibile ai metodi di lavoro molto particolari, individualisti e anarchici
del Living Theatre. Arrivò con una sceneggiatura che ci dava molta libertà.
All’interno di una storia quasi esclusivamente “tra parentesi”, il film
ci permetteva di fare quasi tutto quello che si voleva, a partire dall’intenzione
iniziale. Noi lavoriamo in funzione di tecniche e di idee teatrali. Al
cinema abbiamo fatto principalmente film su lavori teatrali che avevamo
montato, lasciando la poesia cinematografica in mano ai cineasti. Questa
volta però ci veniva richiesto di dirigere la nostra immaginazione verso
la comprensione della tecnica cinematografica, una cosa che ci era assolutamente
estranea. A volte penso che le nostre tecniche specifiche fossero in conflitto
con le esigenze della cinepresa. Talvolta, curiosamente, la nostra idea
di cosa fosse giusto si scontrava con quello che Bernardo considerava
la soluzione giusta. Eppure, penso che la sua determinazione a fare solo
quello che poteva essere veramente giustificato finisse per risolvere
questi conflitti. Bisogna capire che, di giorno in giorno di ora in ora,
non sapevamo cosa si doveva fare. Il film aveva una durata prestabilita,
15 o 20 minuti, durante i quali nessuno sapeva ciò che doveva succedere.
Si trattava di inventare ogni giorno; avevamo una visione d’insieme, ma
i dettagli erano del tutto improvvisati, e una gran parte dell’improvvisazione
si faceva davanti alla macchina da presa. |
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| Ci sono
molti film sul teatro dal ’67 in poi: nei migliori (per limitarci all’Italia,
ad esempio, il misconosciuto I visitatori di Maurizio Ponzi) non
si tratta evidentemente di un gioco di contrappunto tra film e teatro, ma
l’allestimento di una seconda scena, la definizione di un nuovo spazio.
È quanto si verifica, tra gli altri, in Agonia. Bertolucci si propone
qui di raccontare l’agonia di un uomo; e per questo far coincidere tempo
reale e tempo filmico. Occasione di realizzare il film totale, il piano-sequenza
ininterrotto, che va sognando in questo momento, soluzione limite imposta
per conservare al film di un’agonia mimata la verità dei cinegiornali. Fare
un cinegiornale a partire dalla finzione, l’imitazione della morte, quindi,
paradossalmente, rappresentare la morte nel modo più fittizio, il più dilatato
nel tempo e nello spazio: attraverso il teatro. Questo cinegiornale è un
film sul Living Theatre. [...] Volontà di superare i fantasmi dell’impotenza
e della morte, di ridurle a fantasmi, Agonia è un passaggio obbligato
per distruggere Prima della rivoluzione, per arrivare a Partner.
Per filmare fantasmi occorrono persone vere, per filmare allucinazioni servono
suoni in presa diretta (per la prima volta nel cinema italiano), per filmare
la morte occorre un teatro vivente. Destinato a scioccare il pubblico, a
costringerlo attraverso la violenza a scoprirsi come pubblico. Bernard Eisenschitz, La vie au travail, in Cahiers du cinèma, n. 22, luglio 1970 |
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