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      ALAMBRADO
    Marco Bechis
       
        Sceneggiatura: Marco Bechis, Lara Fremder; fotografia: Esteban Curtalon; musica: Jacques Lederlin; interpreti: Jacqueline Lustig (Eva Logan), Martin Kalwill (Juan Logan), Arturo Maly (Harvey Logan), Matthew Marsh (Bruce Wilson), Enrique Ahriman (Sanchez); produzione: Oscar Kramer (Argentina), Aura Film (Roma); distribuzione: Mikado; origine: Italia/Argentina, 1991; durata: 90'.
       
        Anziano scozzese abbandonato dalla moglie, vive con due figli adolescenti irrequieti in una casa isolata della Patagonia. All’arrivo degli emissari di una multinazionale che vorrebbe dare sviluppo turistico alla desolata landa di vento e di polvere, il vecchio si oppone, costruendo un grande recinto (alambrado) di paletti e fil di ferro. Epilogo tragico. Povero di fatti e ricco di echi e di sensibilità, quest’opera prima, all’insegna di una violenta fisicità, è un insolito film di vento, isolamento, solitudine, desolazione. E di follia.
       
        Non un film di confine, di frontiera. Ma un film oltre il confine, oltre la frontiera. Il film di Marco Bechis (già, fortunatamente, senza padrinaggi nazionalistici, ma immerso in quella che Brakhage definì l’ImmagiNazione), il suo (non) svolgimento, la sua fissità claustrofobica dilatata nello spazio sconfinato del "deserto", è infatti situato in una zona che sta oltre l’ultima linea di frontiera e di confine.
Al di là dell’ultimo baluardo "civile", un microcosmo di case, già elementi fantasma fonti di apparizioni e sparizioni, esiste infatti un’ultima casa, immersa/emersa in terreni sconfinati e vuoti. Lì abita il vecchio Logan con i due figli, Eva e Juan (la moglie, in un giorno senza vento, sparì). Siamo in una estremità fisica che Bechis rende tangibile per tutto il tempo della visione (e che si introduce nei nostri occhi, nella nostra pelle). E proprio quelle terre sterminate, piatte, mono-espressive, lacerate dal vento incessante, in cui diventa impossibile segnare geografie naturali (dove finiscono terra cielo acqua?...) sono il set di un delirio imploso, anche nei momenti di maggiore crudeltà, di follia omicida, di urla e gesti ripetuti e estenuanti che possono manifestarsi, ancora una volta, in maniera diversa.
Basta l’assenza (rara, ma quando c’è, magica/impressionante, fonte di disgrazie) del vento a smuovere ma solo per poco l’incubo diventato quotidianità macabra.
Last Hope è chiamata quella zona. Nome "definitivo", ma anche "ultima speranza" di sopravvivere a speculatori venuti da lontano per spianare anche quella parte di mondo. Unica difesa, costruire un alambrado, un lunghissimo steccato per delimitare la proprietà.È quanto fa il vecchio folle Logan, mentre i figli complottano coi corpi e inseguono altri incubi. Lì, anche le passioni trovano accensioni visionarie, lontane da pruriti sessuali identificabili. In quel territorio dove "mi piace non vedere niente intorno", dice Logan, possono stipularsi accordi incestuosi (forse, ma...) e Eva può mostrare per tutto il tempo le mutandine, il vento le alza la gonna, pudori possibili sono stati lasciati indietro, chilometri prima, magari, ancora nell’ultimo agglomerato di casupole, magari dentro a quell’albergo di frontiera dove sono costretti a restare i due intrusi (per poco; per tanto tempo, per sempre, almeno uno di loro).
Eva e Juan lottano e complottano fin dall’inizio, nascosti (preservati per poco allo sguardo) e poi scovati. Non si può fuggire e non ci si può negare. Uniche possibilità, lasciarsi assorbire da uno spazio mentale, da un tempo ripetitivo e "interno". Per Eva imparare all’infinito lezioni di francese ascoltando e riascoltando frasi su un vecchio disco. Per Juan imparare a memoria le generazioni e discendenze di un tempo passato (il libro della Bibbia) in attesa di ricevere una chiamata (che arriverà, ma ancora una volta fuori tempo) dai responsabili di un telequiz. Lo spazio viene percorso da Eva, Juan, Logan (e dai pochi altri) con movimenti senza enfasi. Tanto, da quella prigione non si può scappare. Tentare, sì.
Ma non di più. Bechis lavora spesso su campi lunghi e lunghissimi. Poi, chiude sui corpi, sta loro addosso con la camera a mano, con una visionarietà quasi herzoghiana, per poi abbandonarli. Nessuna gentilezza, nessun perfezionismo. Una unica confessione. Quella fatta dalla donna dell’albergo all’inglese recluso nella sua stanza. Attraverso i vetri vedono un vecchio aggirarsi. Lei a spiegare: "Si chiama Fernandez, in un giorno senza vento uccise la moglie e i cinque figli; da allora è pazzo e esce solo quando non c’è vento per controllare che nessun altro uccida la sua famiglia". Il senso di sospensione cresce sempre più. Movimenti minimi e nessun contatto con l’esterno (qualcuno darà, illudendosi, delle lettere da spedire al tecnico in partenza, ma poi né lui né altri partiranno mai...) e neppure "dentro". Ci si muove a fatica, trascinandosi e trascinando cose. Un prete vaga per le strade con un motorino perennemente a secco di benzina (e le pompe sono ferme, inutilizzabili).
Alambrado è fatto di fughe e controfughe, tentativi di distruggere gli spazi e impossibilità a superarli. E a nulla servirà la morte del padre, del vecchio Logan nella sequenza più bella di tutto il lavoro di Bechis. Il corpo dell’uomo è steso a terra, in quella sconfinata terra. Il vento gli tocca, davvero magicamente, i capelli. Il cielo scuro "osserva" complice. Altri sguardi si perdono. Di un guardiano del faro. O di ragazzini incuriositi a scoprire cosa c’è dentro l’auto degli estranei.
Eva vorrebbe lasciare tutto. Scappare con l’ultimo/unico uomo in grado di fare quel gesto così naturale e irrealizzabile. L’ingegnere venuto per sbarazzarsi in pochi minuti di un vecchio incarognito a difendere quanto gli spetta. Ma ormai la nuova lotta senza esclusione di colpi è stata avviata. Senza più Logan e la sua auto – buttati entrambi a mare dai figli, per far sparire ogni traccia – sarà Juan a perpetrare le "difese". Uccidendo colui che avrebbe potuto portare lontano la sorella. È un attimo, un istante horror negato. Un filo teso da un capo all’altro della strada. L’auto dovrà passare di lì.
La calma piatta diventa insostenibile.
E le esplosioni di tensione e morte si trasformano – ancora ancora – in squarci interni, in implosioni feroci. Una calma piatta senza fine. Tutta orizzontale e distesa per quelle strade sconfinate, unica possibilità di "uscita" per Eva, per fuggire temporaneamente dalla casa paterna (fare chilometri e chilometri...) o per tentare l’avventura estrema, fare i pochi bagagli e andarsene. Ma quella calma piatta è un morbo pericoloso. Un contagio ormai diffuso.
Il film d’esordio di Bechis esce da rappresentazioni "territoriali", appunto. Puerto San Julian, nella provincia di Santa Cruz in Argentina, potrebbe riproporsi ovunque, nelle luci portoghesi o africane o nel Molise reso "altro" da Eronico e Cecca in Stesso sangue. Dalla terra sporgono corpi. Frammenti. E anche dall’acqua. La polizia cerca il furgone in cui viaggiava il tecnico. Lo troverà? L’inquadratura finale mostra il furgone che sporge dall’acqua del mare. Un’escrescenza di un décor (quasi) immutabile colpito senza tregua dal vento dalla polvere dal freddo.
Giuseppe Gariazzo, Cineforum, n.315, giugno 1992