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| BLOW UP |
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| Michelangelo Antonioni |
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| Soggetto: Michelangelo Antonioni, ispirato a un racconto di Julio Cortázar; sceneggiatura: Michelangelo Antonioni e Tonino Guerra; collaborazione per il dialogo inglese: Edward Bond; fotografia (Eastmancolor-Metrocolor): Carlo di Palma; scenografia: Assheton Gorton; musica: Herbert Hancock; interpreti: David Hemmings (Thomas), Vanessa Redgrave (Jane), Sarah Miles (Patricia), Verushka, Jill Kinnington, Peggy Moffit, Rosaleen Murray, Ann Norman, Melanie Hampshire; produzione: Carlo Ponti - Bridge Film per la MGM; origine: Gran Bretagna, 1966; durata: 111'. |
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| Per
Deserto rosso parlammo di “crisi”. A questo punto Antonioni fa
un apparente “salto”. In effetti, radicalizza il discorso. Blow-up
si pone soprattutto come ricerca autonoma sulle strutture dell’operazione
artistica, quasi emarginando la conflittualità. I temi tradizionali, i
nuclei dialettici appaiono come disseccati o disciolti; la riflessione
sulla forma (l’immagine, quindi anche il ruolo dell’arte, ecc.) conduce
al momento più chiaramente mediato del regista, e proprio dietro le sembianze
di una spontaneità nel procedimento narrativo (la scioltezza, la ricchezza
delle immagini, l’improvvisazione, un film che si fa). Una prima lettura
può appunto scoprire l’agile struttura del film, che appare come una sorta
di “sospensione” di giudizio sulla realtà, accolta nel suo immediato manifestarsi.
Anche ad un primo approccio, tuttavia, non si ha l’impressione che si
tratti di un’opera libera, perché già si avverte quello che una
più attenta analisi rivelerà, si scorgono gli interrogativi dietro le
certezze, le zone d’ombra che permangono dietro lo sciogliersi delle immagini,
vale a dire del “nuovo” (un aspetto che troveremo anche in Zabriskie
Point). Ne esce un’opera ambivalente, dai piani ribaltati, con al
fondo un sapore di mistificazione che può sembrare - e forse è - nuovo
per il regista. L’immagine è presa per il tutto, come osservazione su
alcune strutture della realtà. La casualità dell’arte del fotografo di
moda diventa discorso di Antonioni su se stesso, sul senso della propria
operazione, su quella costruzione che argina “l’irruzione dell’informe”.
Dietro a ciò troviamo ancora, quasi dotati di una esistenza spettrale,
i dissidi tradizionali dell’autore: il vecchio e il nuovo, sin dal principio
(la sequenza del ricovero), e poi nell’ambiente, in alcuni personaggi
(il venditore di robe vecchie), e ancora la morte-mistero, la morte sotto
l’amore (la fotografia), i rapporti fungibili. Ma in evidenza è messo
il carattere dell’ambiguità (la scoperta di un delitto attraverso l’ingrandimento
di una fotografia è una vera scoperta? E il delitto è un vero delitto?
Eccetera) non come punto di arrivo di una falsa neutralità, di una sospensione
falsamente fenomenologica, quanto proprio di una “riduzione” che vuol
eliminare gli aloni semantici per ricondurre l’attenzione ai momenti primi,
recuperando le zone ritenute marginali della realtà. |
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