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Ho fatto l’attore per tre anni della mia vita. Perché gli attori parlano.
Ma spesso non dicono parole loro, ripetono le parole di altri. Il teatro
è stato il mio modo per arrivare alla scrittura... Le mie poesie sono
cose che io pronuncio, forse è questo che piace ai ragazzi. Sono discorsi
per la voce. Le mie poesie sono fatte per essere lette. Dalla brava maestra
e dal bravo maestro che non hanno paura della loro voce e le leggono alla
classe. Poi i bambini si divertono a ripeterle da sole perché fanno rumori
strani. A volte le classi che incontro mi chiedono se scrivo più volentieri
in poesia o in prosa. «Non fatemi scegliere!», rispondo. «Voi a chi volete
più bene? Al papà o alla mamma?» Poi aggiungo: «Se però mi minacciate
di morte con una pistola perché io risponda o questa o quella, allora
vi dico che io sono originariamente un poeta che scrive anche in prosa».
Da un punto di vista quantitativo scrivo molto più in prosa che in poesia
perché rimane abbastanza vero che con la poesia non si mangia tantissimo.
Anche se, grazie al cielo, nell’editoria per ragazzi la poesia ha un indice
di fruibilità più elevato che nell’editoria per adulti. Ho scritto Mattia
e il nonno, una piccola storia emblematica che racconta della passeggiata
di un bambino con un nonno che sta morendo. Per ragioni editoriali il
libro è uscito prima in Inghilterra che in Italia. Dall’Inghilterra e
dalla Germania, dove poi è stato tradotto, mi sono arrivati plichi di
articoli di discussioni pedagogiche e linguistiche su Mattia e il nonno.
In Italia il libro ha avuto un paio di recensioni su riviste specializzate.
In Italia sulla letteratura per ragazzi c’è una scarsa risonanza culturale
e una scarsa preparazione. Fino a poco tempo fa nelle università non c’erano
neppure cattedre di letteratura per l’infanzia... Io “non mi freno” scrivendo
libri per bambini e per ragazzi, semplicemente scelgo codici diversi…”
(Dichiarazioni tratte da una intervista di Giuseppe Caliceti del 10/7/1997
a “Le voci della poesia”)
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