I
luoghi per esistere devono essere nominati Ci sono per questo luci accese
in Galleria. Un (ri)fare luce non tecnico ma poetico sulla Galleria
con segni d’autore che ci accompagnano e ci consentono di nominarla. Un
ponte di sensibilità e poetiche differenti tra un luogo della tradizione
sedimentata e storicizzata e la contemporaneità, per immettere nuova energia,
per andare oltre il vuoto temporale che divide gli stili e le epoche. Soste
d’autore per una collezione parallela seppur temporanea; soste d’autore
per una diversa occasione di conoscenza. Soste d’autore per interrompere
la sequenza delle raffinate vetrine ottocentesche e sconvolgere l’immota
fissità delle armi e dei paramenti con una emozionante lettura di ciò che
la Galleria Parmiggiani è, e di ciò che ci sarà dato di percepire dopo la
rilettura di una nuova luce. La Galleria Parmiggiani è al centro di una
contaminazione reale, di memorie ma anche di contemporaneità, con alcuni
autori che usano la più impalpabile delle materie luminose, quella che più
si avvicina al pensiero originario della luce: la fibra ottica. Una luce
che vive di riflessioni infinite, che accetta sorgenti lontanissime dal
punto luminoso, ed è questo un curioso paradosso: la più contemporanea delle
luci possibili è una luce archeologica come sono le stelle, lontane milioni
di anni luce dal bagliore visibile, anch’esse simbolo e archetipo della
memoria della luce. La memoria della luce e la memoria di un luogo. C’è
una singolare circolarità in 2000 anni luce: alcuni collezionisti di oggi,
pubblici e privati, ci permettono di ragionare su un luogo che ha rappresentato
un’idea moderna di collezionismo, fatta di libertà intellettuale e curiosità
con lo spirito del Museo totale, con quella stessa passione che, alla fine
del secolo scorso, aveva animato Luigi Parmiggiani nel contemplare i generi,
le tipologie, i materiali e lo aveva portato ad inventare gli oggetti del
mondo Marcy e a dare corpo alla sua casa-museo. L’arte contemporanea dunque
ma anche il design. Un’ esperienza di relazione con le collezioni storiche
e con il patrimonio del Museo che è l’idea prima e originaria del Progetto:
l’idea che la memoria di un luogo, e di ciò che quel luogo custodisce diventano
una risorsa, una fonte inesauribile di energia solo quando creano una relazione
con la modernità. Quando nasce un dialogo tra reperti, una stratificazione
delle memorie, quando improvvisamente interviene un elemento dinamico nella
staticità delle collezioni. La scelta delle opere e degli autori ne sono
testimonianza: le lampade di Denis Santachiara vanno cercate, paiono
parte delle collezioni perché hanno creato un dialogo con le colonne sulle
quali sono appoggiate; le parrucche di Raffaella Nappo sono reliquie
vuote tra manichini senza testa, splendide e raggelanti icone del vuoto
dei corpi (o delle menti?); la messe, con le diagonali luminose di Pietro
Mussini che si riflettono sulle vetrine con le armi a ripercorrere linee
comuni, è l’altra natura, quella tecnologica dei giardini cablati ; i segni
nello spazio di Carlo Bernardini configurano geometrie luminose all’interno
delle geometrie architettoniche e allestitive della Galleria; le stelle
del sestante di Patrizia Molinari contro il lucernario sono la finzione
di un esterno che non compare mai nella Galleria, contrasto fortissimo tra
la durezza geometrica del metallo e la leggerezza della luce; la lampada
di Alberto Zattin accanto al quadro di El Greco, l’opera più famosa
e misteriosa del Museo, con uno specchio che rimanda all’infinito, pare
un dialogo tra finzioni. La tautologia al neon di Joseph Kosuth è
lo sguardo lucido del primato concettuale, asciutta presenza che si staglia
nella sala ricca e ridondante della pittura Fiamminga; il grande quadro
di Enzo Cucchi un visionario, solitario ed emozionante volo notturno
su una città immaginaria. E Luigi Ghirri, un omaggio, con un lavoro
non casuale ma su questo luogo, una coincidenza. Un ciclo di immagini sulla
Galleria, che appartiene alle collezioni del Museo, e che per questa occasione
verranno esposte nell’appartamento privato di Parmiggiani mai aperto prima
d’ora; un altro fotografo, Miro Zagnoli, autore che alla ricerca
sulla luce ha dedicato tutto il suo lavoro. Un lavoro che contiene la sapienza
della comunicazione per l’industrial design, legata alla cultura visiva,
al linguaggio della pubblicità e in generale dei media, un lavoro che si
fa soprattutto pensiero. La Galleria e l’appartamento privato di Parmiggiani,
che per la prima volta viene aperto al pubblico, sono un cantiere aperto
dove per tutto il 2000, si può riflettere a tutto campo tra pensiero e progetto
di politiche culturali e di economia, di collezionismi, comunicazione e
industria, di media, architettura, tecnologia e filosofia, di scienza, di
luoghi e di usi.
Per accogliere l’ossimoro del titolo che allude sì all’archeologia della
luce, alle distanze siderali del tempo e dello spazio, lontane (apparentemente)
in modo indicibile, ma non di meno allude al salotto della casa-museo, all’intimità,
alla vicinanza delle luci accese in Galleria.
La quale, si spalanca al pensiero del fuori, fuori che accoglie e (ri)innova:
in uno spazio che, ed è un altro paradosso, non ha alcun rapporto con l’esterno
e vive soltanto di una luce interna, interiore. |