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Canzone di Carla (La) - Carla's Song

Regia:Ken Loach
Vietato:No
Video:Mondadori Video, L'Unità Video
DVD:Qmedia
Genere:Drammatico
Tipologia:La memoria del XX secolo
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Paul Laverty
Sceneggiatura:Paul Laverty
Fotografia:Barry Ackroyd
Musiche:George Fenton
Montaggio:Jonathan Morris
Scenografia:Martin Johnson
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Robert Carlyle (George), Oyanka Cabezas (Carla), Scott Glenn (Bradley), Salvador Espinoza (Rafael), Louise Goodall (Maureen), Gary Lewis (Sammy), Rosa Amelia Lopez (madre di Carla), Richard Loza (Antonio), José Meneses (Harry), Stewart Preston (Mcgurk, Pamela Turner (Eileen)
Produzione:Parallax Pictures per Channel Four Films, Road Movies Dritte Produktionen e Tornasol Films S.A.
Distribuzione:Bim
Origine:Gran Bretagna
Anno:1996
Durata:

127'

Trama:

A Glasgow nel 1987, una sudamericana viene trovata senza biglietto sull'autobus guidato dal giovane George che, impietositosi, la aiuta a sfuggire al controllore. Sospeso per una settimana, incontra di nuovo la giovane e, vincendo le resistenze di lei, riesce a farsela amica e farla trasferire dalla squallida pensione dove abita in casa di un amico. Il successivo tentativo di suicidio di Carla svela il dramma vissuto da costei in Nicaragua, dove non ha più notizie di Antonio, il compagno di lotte nelle file sandiniste.

Critica 1:“Perché dovrebbero dare il Leone proprio a me?” si chiedeva sul “Corriere” Ken Loach dalla Mostra di Venezia. E infatti la giuria ha limitato il riconoscimento per Carla's Song alla Medaglia del Senato. Niente di nuovo, nei festival succede spesso che le migliori pellicole vengano penalizzate: per restare a Loach, a Cannes nel '95 non hanno forse ignorato Terra e libertà? Alla Mostra le obiezioni che circolavano su La canzone di Carla riguardavano soprattutto la discontinuità dell'opera: due film in uno, dei quali il primo riuscito e il secondo meno. Un amore in quel di Glasgow, fra un conducente d'autobus e una giovane sudamericana che balla per le strade; e il seguito nel Nicaragua trasformato in un inferno dalla guerriglia dei Contras. Come dire un film di Monicelli che sfocia in Apocalypse Now di Coppola. A quest'ultimo rimanda la struttura della vicenda, analogamente debitrice dello spunto conradiano di “Cuore di tenebra”: un viaggio esotico alla ricerca di qualcuno, che si risolve nella scoperta di uno scenario di orrore. Sbaglia chi vuol vedere in Loach soltanto la denuncia delle infamità criptostatunitensi dell'America Latina (foraggiamento del terrorismo, massacri e torture). Infatti negli ultimi anni la situazione in Nicaragua si è in qualche modo normalizzata, e gli eventi evocati sono troppo vicini per farne oggetto di un racconto storico. Penso che per avvicinarsi alla reale ispirazione di La canzone di Carla, bisogna considerarlo un film metaforico. O, addirittura, una favola vera. Per verificare tale asserzione si può ripercorrere la vicenda sulla sceneggiatura di Paul Laverty (pubblicata da Gamberetti), dove il bonaccione George (sullo schermo è Robert Carlyle) si innamora di Carla (Oyanka Cabezas) come può succedere a chiunque, è intrigato dal mistero che sta dietro alla danzatrice e avverte l'impellente necessità di scoprirlo: da cui il volo Oltreoceano e la terrorizzante scoperta di uno dei tanti inferni del Pianeta che noi, attestati sulla scomoda sponda del benessere, siamo portati a ignorare. L'appello che prorompe dall'opera non è contingente né propagandistico, ma morale: forte e suggestivo, il film è un biglietto offerto a noi tutti per ripetere il viaggio di George; e per capire che il nostro essere uomini, anche negli aspetti apparentemente lontani dalla politica come una passione d'amore, implica l'assunzione di realtà remote, sgradevoli e oppressive. Nelle quali, anche se le trascuriamo per quieto vivere, si annida una sia pur minima nostra corresponsabilità; e Loach ci fa capire che dobbiamo sentirla come una dura spina.
“Perché dovrebbero dare il Leone proprio a me?” si chiedeva sul “Corriere” Ken Loach dalla Mostra di Venezia. E infatti la giuria ha limitato il riconoscimento per Carla's Song alla Medaglia del Senato. Niente di nuovo, nei festival succede spesso che le migliori pellicole vengano penalizzate: per restare a Loach, a Cannes nel '95 non hanno forse ignorato Terra e libertà? Alla Mostra le obiezioni che circolavano su La canzone di Carla riguardavano soprattutto la discontinuità dell'opera: due film in uno, dei quali il primo riuscito e il secondo meno. Un amore in quel di Glasgow, fra un conducente d'autobus e una giovane sudamericana che balla per le strade; e il seguito nel Nicaragua trasformato in un inferno dalla guerriglia dei Contras. Come dire un film di Monicelli che sfocia in Apocalypse Now di Coppola. A quest'ultimo rimanda la struttura della vicenda, analogamente debitrice dello spunto conradiano di “Cuore di tenebra”: un viaggio esotico alla ricerca di qualcuno, che si risolve nella scoperta di uno scenario di orrore. Sbaglia chi vuol vedere in Loach soltanto la denuncia delle infamità criptostatunitensi dell'America Latina (foraggiamento del terrorismo, massacri e torture). Infatti negli ultimi anni la situazione in Nicaragua si è in qualche modo normalizzata, e gli eventi evocati sono troppo vicini per farne oggetto di un racconto storico. Penso che per avvicinarsi alla reale ispirazione di La canzone di Carla, bisogna considerarlo un film metaforico. O, addirittura, una favola vera. Per verificare tale asserzione si può ripercorrere la vicenda sulla sceneggiatura di Paul Laverty (pubblicata da Gamberetti), dove il bonaccione George (sullo schermo è Robert Carlyle) si innamora di Carla (Oyanka Cabezas) come può succedere a chiunque, è intrigato dal mistero che sta dietro alla danzatrice e avverte l'impellente necessità di scoprirlo: da cui il volo Oltreoceano e la terrorizzante scoperta di uno dei tanti inferni del Pianeta che noi, attestati sulla scomoda sponda del benessere, siamo portati a ignorare. L'appello che prorompe dall'opera non è contingente né propagandistico, ma morale: forte e suggestivo, il film è un biglietto offerto a noi tutti per ripetere il viaggio di George; e per capire che il nostro essere uomini, anche negli aspetti apparentemente lontani dalla politica come una passione d'amore, implica l'assunzione di realtà remote, sgradevoli e oppressive. Nelle quali, anche se le trascuriamo per quieto vivere, si annida una sia pur minima nostra corresponsabilità; e Loach ci fa capire che dobbiamo sentirla come una dura spina.
Autore critica:Tullio Kezich
Fonte criticaCorriere della Sera
Data critica:



Critica 2:
Autore critica:
Fonte critica:
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Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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