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Broadway Danny Rose - Broadway Danny Rose

Regia:Woody Allen
Vietato:No
Video:De Agostini, Cecchi Gori Home Video
DVD:Mgm
Genere:Commedia
Tipologia:La musica
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Woody Allen
Sceneggiatura:Woody Allen
Fotografia:Gordon Willis
Musiche:
Montaggio:Susan E. Morse
Scenografia:Mel Bourne
Costumi:Jeffrey Kurland
Effetti:
Interpreti:Woody Allen (Danny Rose), Mia Farrow (Tina Vitale), Nick Apollo Forte (Lou Canova),
Sandy Baron, Monica Corbett, Milton Berle, Jackie Gayle, Will Giordan, Paul Greco (Vito Rispoli), Morty Gunty, Frank Renzulli (Joe Rispoli), Jack Rollins, Howard Storm
Produzione:Orion
Distribuzione:Cdi - Cineteca del Friuli
Origine:Usa
Anno:1984
Durata:

86’

Trama:

In un piccolo ristorante di New York, un gruppo di vecchi artisti del varietà ricorda i tanti episodi delle rispettive carriere, più favoleggiate che autentiche, nonché i vari tipi e "numeri" di successo. Ma tutti poi tacciono, quando uno del gruppo prende a raccontare la curiosa vita e le gesta di Danny Rose, un modesto impresario del loro ambiente, collezionista più di fallimenti che di successi e, tuttavia, tenacissimo nel piazzare i suoi assistiti e con loro sempre cordiale ed amico. Curiosamente, quei rari artisti che furono lanciati, tutti abbandonarono il bravo agente. E così fece - racconta il narratore - anche Lou Canova, un ciccione italo-americano, noto a suo tempo per le melodiche canzoni stile anni '50. Il bravo Danny, fiutato il buon vento del "revival", si dette subito da fare per mettere in orbita Lou, in ciò aiutato anche dalla di lui amica Tina, conoscente di un grosso "manager" dello spettacolo. Tutto era pronto per la sera del grande lancio, senonché la nervosa Tina fece le bizze, mandando Canova a quel paese, rifiutandosi di assistere al debutto (era la situazione coniugale del suo bello ad irritarla) e addirittura scappando, per rifugiarsi nella villa di un "boss" mafioso (innamorato di lei). Mentre Lou, sconvolto, si dava alla bottiglia, Danny Rose, preoccupatissimo per l'imprevedibile intoppo, partì alla caccia della donna: ritenuto dal "boss" come cotto di Tina, quest'ultimo mise alle costole dei due un paio di truci sicari di origine sicula, che li sequestrarono, dopo scorribande frenetiche, in un magazzino, sotto minaccia di morte, salvo rivelazione, da parte della donna, del nome del rivale del grande capo. Posti i sicari su di una falsa pista e liberatisi dalle corde, Danny e Tina riuscirono, comunque, ad essere puntuali al debutto di Lou. Grandissimo successo per il cantante, ma ennesima, bruciante delusione per il piccolo Rose, abbandonato sul tamburo da Lou, ormai deciso a trovarsi un più solido agente per un avvenire apparso brillantissimo. Tina seguì Lou nella sua carriera, ma egli abbandonò poi moglie, figli e l'amica medesima; Tina aveva ancora tutta la bizzarra avventura nella mente (e forse anche nel cuore), in un misto di riconoscenza, di simpatia e di affetto per lo sfortunato, modesto impresario. Così Tina tornò un giorno da Danny almeno per ringraziarlo: lo trovò proprio nel momento in cui egli offriva un buon pranzetto ad alcuni dei suoi "rappresentati", eternamente sconfitti anch'essi. E Danny, generoso e patetico come sempre, accolse anche lei, in un clima generale di comprensione e di affettuosa amicizia.

Critica 1:Vita e imprese di agente teatrale considerato un santo (ebreo) degli impossibili. Suoi clienti: un ballerino senza una gamba, un ventriloquo balbuziente, uno xilofonista cieco. Appena hanno successo, lo piantano. E uno di quei film da cui si esce più intelligenti. Leggero, disinvolto, mai intellettualistico, tenero. Ricorda i racconti di Damon Runyon.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Dopo aver impiegato due anni a girare Zelig, il "falso documentario" sulla vita dell'uomo-camaleonte, Woody Allen (…) ha sfornato Broadway Danny Rose. Un film semplice, spontaneo: girato, come dice Allen stesso, senza preoccuparsi se alla mattina ci fosse il sole o meno. Questa semplicità, questa sincerità si sente; e costituisce, nell'epoca del film gadgtet milionario, la prima qualità e lezione del film.
Un film girato a Broadway, la storia di un impresario di music-hall fallito, dei suoi successi e soprattutto insuccessi professionali e sentimentali: il solito tema dell'ometto ebreo complessato, il solito Woody Allen? In parte: ma non si vede la ragione per la quale l'autore dovrebbe abbandonare un personaggio dai significati ormai universali.
Anche se Woody Allen costituisce il perno evidente dell'opera, Broadway Danny Rose è però costruito (e verrebbe da dire, per la prima volta così compiutamente) per degli altri personaggi, per delle altre situazioni. Caratteristica che costituisce la seconda ragion dell'importanza del film nella carriera del comico. Broadway è un film quasi totalmente improvvisato: è nato dal desiderio di Mia Farrow d'interpretare una di quelle impossibile pupe da gangster, coi capelli cotonati ed i tacchi a spillo, gli enormi occhiali da sole, che sono sempre state una costante della vita americana.
Un altro marito avrebbe scelto altre forme di omaggio: Allen le ha scritto il personaggio in poche righe, e girato il film. E anche questo, si sente. L'opera del comico è stata spesso accusata di egocentrismo: qui s'equilibra magnificamente su tutti i personaggi. Non solo su quello di Mia Farrow, quasi irriconoscibile tanto la sua composizione è perfetta. Ma nell'altro protagonista (Lou Canova, il crooner nostalgico che l'impresario riporta al successo) il regista trova molto di più di un comico "contrario" del proprio fisico. Una vera e propria riuscita nell'osservazione poetica, che finisce col coinvolgere anche i personaggi secondari, la madre del cantante, i mafiosi, il pubblico degli spettacoli e quello dei personaggi che creano lo spettacolo.
Costruendo una vera e propria progressione drammatica, dei personaggi con un loro equilibrio psicologico, inserendo il tutto in un ambiente attentamente osservato che significa i personaggi e la vicenda, Woody riesce "semplicemente" a fare ciò che per anni non gli era riuscito: del grande cinema, oltre che della grande comicità. L'equilibrio del film s'impone anche per un altro aspetto, che viene a bilanciare gli elementi di cui sopra: il ritorno della comicità di Allen alla battuta verbale, al piacere di dettare i ritmi ricorrendo ai suoi celebri non-sensi pescati nel patrimonio della tradizione ebraica ("mio zio Menachem che allevava aragoste, il mio rabbino pensa che siamo tutti colpevoli agli occhi di Dio, secondo mia zia Rosa è impossibile cavalcare due cavalli con un solo sedere", e via dicendo). Un aspetto, quello della comicità di battuta, che si era andato attenuando negli ultimi film, dopo aver costituito la sola ragione d'essere delle sue prime opere.
Parodia del mondo dello spettacolo, parodia di quello dei mafiosi tipo Il Padrino, parodia dei cantanti has been, Broadway Danny Rose, nelle mani di un mestierante o anche soltanto di un Allen inesperto d'inizio carriera, avrebbe potuto essere un enorme pasticcio. Per rendersi conto della maturità espressiva del regista può anche essere utile osservare il film in questa prospettiva. E notare come i ritmi ricordino i grandi della commedia americana, da Hawks e Wilder, come la musica abbia la presenza di quella dei film di Bob Fosse, come il melodramma, ma ancor più l'umanità del film riconducano costantemente il pensiero a Chaplin.
Qualcuno ha parlato di un passo indietro, d'evangelismo come nuova forma d'egotismo alleniano. A noi sembra che a pochi, per non dire nessuno, riesca come ad Allen di creare in breve tempo opere così diverse e al tempo stesso perfettamente compiute come le sue ultime.
Se a un cosi gigantesco sforzo di creatività corrisponde il raggiungimento di una dimensione poetica di tipo chapliniano diventa sempre più difficile negare che Woody Allen sia uno dei più grandi cineasti del nostro tempo.
Autore critica:Fabio Fumagalli
Fonte critica:rtsi.ch/filmselezione
Data critica:

25/10/84

Critica 3:(…) Tutta la parte centrale del film, dall'incontro con Tina Vitale, attraverso la fuga e l'arrivo, finalmente, alla grande serata di Lou Canova, si muove infatti con i ritmi convulsi e all'apparenza smozzicati dello slapstick. Tutto quello che nei primi film di Allen era un'accumulazione confusa di gags in successione per quadri o siparietti televisivi, si è trasformato in un armonico continuum narrativo, dove il registro visivo, nonostante la fulminante padronanza di Allen della battuta, rileva a fini comici molto di più di quello verbale. Le battute circolano con la grande destrezza della sordina, nascoste tra le pieghe dei dialoghi, buttate lì a mezza voce durante una fuga affannosa. La frenesia dello slapstick, quindi, è tutta costruita attraverso la concentrazione del ritmo narrativo (la vera e propria «storia» del film, o quella che sembra tale, si svolge nell'arco di una sola giornata), l'abilità di montaggio e di scansione delle varie sequenze.
Tina Vitale e Danny Rose, mentre sfuggono ai propri inseguitori in un ambiente e un tempo ristretti all'osso, sono figurine astratte, calate di peso dalle sedimentazioni stratificate di innumerevoli prototipi cinematografici. Circolano affannosamente per New York senza nessuno spessore psicologico, figure convenzionali di puro movimento; come, per altro, i loro inseguitori, la grande famiglia italoamericana, la santona veggente. In una divertita caricatura della seriosità di tanti padrini (e Woody Allen è un autore che ha omaggiato con ironico acume solo i modelli cinematografici per i quali nutre un profondo rispetto), Allen sostituisce la comunità italiana a quella ebraica che gli è abituale, isolandone i tratti somatici più apparenti in una sottile destrutturazione. Come cita Il padrino, in questo inserto comico da gangster film cita le suggestioni di altri luoghi cinematografici deputati: folgorazioni espressioniste e, soprattutto, il cinema nero degli anni '40. Ma, naturalmente, Woody Allen e Mia Farrow non sono Bogart e Bacall. Entrambi sembrano capitati per caso dentro quest'avventura bislacca, anche se lei si sforza di assomigliare a una trucida e pettoruta Lana Turner. Tutti e due fanno parte di un universo immaginario in cui la citazione ha inflazionato se stessa e il proprio significato teorico; possono perciò agire soltanto come figure in moto perpetuo all'interno di una parentesi (da qui l'efficacia dello slapstick). E, se lui non ci prova neppure a sembrare diverso da sé (anche perché la casualità del suo coinvolgimento corrisponde, in fondo, a un topos del noir) e non mima mai un convincimento eroico che non ha, lei non può non scoprirsi (fuori dalla parentesi) per quello che veramente è: una sana ragazza nevrotica e sbandata dei nostri giorni. Un attimo prima, unico momento del film, Mia Farrow è stata Mia Farrow, senza parrucca e occhiali, davanti allo specchio, con il suo ovale pieno di dubbi. Appunto perché Broadway Danny Rose, ritorno di Woody Allen alla comicità, salutato come film lieve ed esilarante, è in realtà un film di infinita tristezza, nonostante l'ipotesi del lieto fine.(…)
Autore critica:Emanuela Martini
Fonte critica:Cineforum n. 239
Data critica:

11/1984

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
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