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Commedia di Dio (La) - Comedia de Deus (A)

Regia:Joao Cesar Monteiro
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede - Mondadori Video
DVD:
Genere:Commedia
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Joao Cesar Monteiro
Sceneggiatura:Joao Cesar Monteiro
Fotografia:Mario Barroso
Musiche:Haydn, Monteverdi, Johann Strauss, Richard Wagner
Montaggio:Carla Bogalheiro
Scenografia:Emmanuel De Chauvigny
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Patricia Abreu (Alexandra), Raquel Ascensao (Rosarinho), Manuela De Freitas (Dona Judite), Joao Cesar Monteiro (Joao De Deus), Gracinda Nave (Felicia), Maria Joao Ribeiro (Carmen), Saraiva Serrano (Tome'), Bruno Sousa (Bruno), Claudia Teixeira (Joaninha)
Produzione:G.E.R. Grupo de Estudios e Realizaloes - Joaquim Pinto
Distribuzione:Mikado
Origine:Portogallo
Anno:1995
Durata:

165’

Trama:

João De Deus è l'anziano uomo di fiducia di Dona Judite, proprietaria di una fabbrica di gelati con relativo negozio, il "Paradiso", a Lisbona. Maniaco delle norme igieniche, l'uomo sottopone le dipendenti a meticolosi quanto ambigui controlli: quando Judite gli presenta Rosarinho, una ragazza di campagna, costei attira l'attenzione del vecchio satiro che colleziona, in un album, peli pubici femminili. La ragazza soggiace in vari modi alla morbosa influenza del vecchio che, dopo evoluzioni natatorie in piscina con le impiegate dell'azienda finisce per abusare turpemente di lei. Frattanto Judite organizza una fusione con un produttore francese di gelati ed alla festa João tiene un polemico discorso di inaugurazione servendo un gelato al probabile socio, che lo trova orribile, scatenando le ire di Judite: costei si presenta però da lui a tarda notte, annunciandogli che il nuovo partner, evidentemente non solo commerciale, l'ha delusa e che è riassunto. Tornato in negozio, viene a prendere un gelato la figlia di un macellaio, la quindicenne Joaninha, che l'uomo irretisce ottenendo un incontro serale a casa sua. Durante il pranzo rimpinza la ragazza e le fa fare un bagno nel latte: costei accusa mal di pancia e João la fa sedere su una sorta di cornucopia piena di uova fresche, a suo dire per alleviarle i dolori. Ma una vicina riferisce tutto al macellaio che non gradisce affatto le attenzioni di João per la sua creatura e la mattina, dopo aver minacciato di evirarlo lo malmena mandandolo all'ospedale. Una volta uscito, João torna alla gelateria ma scopre che è stata trasformata in un lussuoso e asettico shop all'americana e che Judite è in società con un italiano. Giunto a casa, João trova tutto distrutto: anche il suo album di ricordi piliferi è stato bruciato.

Critica 1:Esposto all'ultima mostra veneziana, La commedia di Dio ebbe il secondo premio dalla giuria ufficiale, ne buscò due altri paralleli (il Pasinetti del Sindacato giornalisti cinematografici e quello di "Filmcritica"), risultò in testa alle preferenze dei collaboratori del mensile "Cineforum" con l'altissima media di 4,41 davanti a Clockers di Spike Lee (3,71) e a La cerimonia di Chabrol (3,71). Anche perché costretto dal basso costo, l'eccentrico Monteiro pratica l'estetica moderna ed europea della durata: rari e minimi movimenti della cinepresa che è spesso ferma, intenta a inquadrature frontali di lunga durata; montaggio ridotto all'indispensabile; rari e brevi interventi di musica classica (Haydn soprattutto, Monteverdi, Strauss). A Venezia chi scrive s'era lamentato dell'abuso di quest'estetica, di eccessi che sconfinavano nel sadomasochismo, cimentando la pazienza dello spettatore e danneggiando il film che ha per epicentro una gelateria del centro e per protagonista un raffinato gelataio, fumatore forsennato, che colleziona peli pubici femminili in un "libro dei pensieri", inizia al sesso le sue giovanissime commesse e impartisce loro puntigliose lezioni di igiene esterna, intima e mentale.
Autore critica:Morando Morandini
Fonte criticaIl Giorno
Data critica:

10/4/96

Critica 2:La commedia di Dio è un film strano, lungo (tre ore), raccontato secondo ritmi e modi inusuali; racconta un'ossessione, quella di João, erotomane dai tempi lenti e dalle idee fisse. Nel territorio erotico, il film non concede gran che al voyeurismo, e molto a quell'occhio più potente che è la fantasia. Ma ha un'eleganza impeccabile e riesce anche a far scattare le risate, intriso com'è di uno humour eccentrico e imprevedibile. Insomma, è un film da scegliere sapendo che si va incontro a delle sorprese, ma preparati anche a qualche piccolo choc per i tempi e il linguaggio. Che Monteiro sia un autore stravagante i cinefili lo sanno da lunga pezza, così come lo sanno gli spettatori di Venezia, dove già Ricordi della casa gialla - un'altra commedia, un'altra bizzarria con risvolti autobiografici - gli ha conquistato sette anni fa un altro Leone d'argento.
Autore critica:Irene Bignardi
Fonte critica:La Repubblica
Data critica:

5/4/96

Critica 3:Se per Hitchcock i film erano fette di torta, per João César Monteiro, invece, sono gelati: i propri, prodotti artigianalmente, riescono tutti diversi tra di loro, talvolta divinamente buoni e talvolta sgradevoli, però ciascuno di essi è unico ed è comunque una sorpresa, mentre gli ice creams americani, sempre uguali a se stessi, sono prevedibili. Monteiro – un passato da clochard per le strade parigine – al personaggio che interpreta dona di se stesso non solo il corpo ma anche il nome di battesimo e il curriculum di drop-out. Com’è ovvio, quando il gelataio João crea nuovi gusti, li battezza Aurora, Così fan tutte, Biancaneve…
Diversamente da quanto si è scritto La commedia di Dio non è affatto un film sulle ragazzine e i vecchi sporcaccioni, perlomeno non più di quanto il primo canto della Commedia, quella “divina” per eccellenza, abbia come argomento boschi, colline e varia fauna; ma se il film di Monteiro ci appare come un’opera assolutamente allegorica non è tanto per l’analogia con il titolo dantesco (un segnale?), quanto per la coerente integrità del discorso e della sua struttura. Tutto il film, infatti, è un denso j’accuse del regista nei confronti di un modello culturale, quello anglosassone (“l’impero dell’ice cream è immenso”), che tende a sostituirsi alle culture latine europee; queste sono destinate non a “chiudere” ma a perdere l’identità individuale, come accade alla bottega in cui lavora João, che diventa un anonimo negozio di gelati industriali.
I gelati come i film, l’arte come gli alimentari, perché tutto quello che è regolato dall’industria e dal commercio è un bene di consumo e deve rispondere a determinate regole, a quella della prevedibilità innanzitutto: se questa manca, si sa, gli investimenti non arrivano. Fossimo negli anni ’70, con un altro regista (magari un italiano), da queste premesse sarebbe nato un film terribile, di quelli “impegnati”; ma Monteiro è completamente estraneo alle ideologie, è uno di quei lupi solitari (come Raul Ruiz, il compianto Stavros Tornes, e pochi altri) che hanno sì una loro forte idea, ma del cinema, e la vogliono difendere ad ogni costo: “rigore e fantasia”, dice João de Deus, “sono l’ultimo privilegio di un uomo libero”. Egli insegue “il magnifico, e forse irraggiungibile, sapore dei sapori”, e a chi gli obietta l’insensibilità del pubblico (è come gettare “perle ai porci”) replica che il suo piacere è di “servire al meglio la comunità”. João parla per il cinema latino: sa di essere “l’anima del negozio”, e a chi vedendolo malconcio, dice “questo non arriva a domani” risponde orgoglioso “lo pensi tu!” L’esito del rigore umanistico di Monteiro è in un’opera che possiamo definire “commedia poetica”, continuamente in equilibrio tra humour garbato e lirismo dell’immagine, un genere in cui il regista portoghese è ormai un maestro indiscusso. Date a uno sceneggiatore di Hollywood un attore, un’attrice, una stanza e un materasso; cosa scriverà? Una scena di sesso. O di violenza. O le due insieme. Date le stesse cose a Monteiro, e avete un lungo piano-sequenza di una lezione di nuoto orchestrata sull’aria della morte di Isotta, con una lentezza che esaspererà i critici più assuefatti al cinema mainstream, ma con un respiro ritmico, iconografico e culturale che ne fa uno dei più straordinari inni alla fantasia mai visti al cinema, una perla nata in un guscio di estrema indigenza. In questa sequenza è racchiuso il cuore del cinema di Monteiro. Egli difende la singularitas e attacca la medietas, madre di quella prevedibilità di cui si è detto; per farlo, lavora sull’analogia: se il cinema medio è quello hollywoodiano, e quello d’autore europeo è un’eccezione marginale, come funziona l’amore? L’amore medio è quello per la donna adulta, l’amore extra-ordinario è quello per la fanciulla adolescente.
Il tema non è nuovo, e chi ha visto Morte a Venezia ne ricorderà forse una battuta originale (cioè non manniana): “Cosa c’è in fondo alla strada maestra? La mediocrità!” Ma ne La commedia di Dio non c’è traccia di decadentismo morboso; lo sguardo è sempre ironico, guidato da un equilibrio classico della visione. Ricordiamo di avere domandato a Monteiro, a proposito del suo A flor do mar (1986), della qualità drammatica della fotografia caravaggesca di Acácio de Almeida: in risposta avemmo un’ammissione dispiaciuta e una dichiarazione d’amore per la luce piatta e rasserenante di Piero della Francesca. Dieci anni dopo quell’ideale è più vicino, non sempre invero nella fotografia di Barroso, ma fermamente nello spirito dell’autore. Sì, perché ne La commedia di Dio la passione ha una sua saldezza morale a dispetto delle apparenze, e a questo fa appello João de Deus quando replica alle accuse finali dei proprietari che lo licenziano: “Non siete voi che mi cacciate, sono io che vi condanno a rimanere”, da leggersi “non siete voi che non mi fate fare i vostri film, sono io che mi rifiuto di girarli”. E sulla moralità dell’industria cinematografica, non solo statunitense, Monteiro ne ha parecchie da dire, sempre tramite allegorie, allusioni e jeux de mots. A partire dai produttori: la proprietaria della gelateria, che aveva “sfamato e spidocchiato” l’ “ingrato” João, è una ex prostituta ora imprenditrice, che non mischia mai “lavoro e piacere” ma che non esita a tornare alle usate arti per favorirsi un socio d’affari francese, di nome … Antoine Doinel! Ovviamente, il gelato speciale che João prepara per Doinel (dietro l’insistenza dell’ignara padrona) e che a questi viene offerto dopo cerimonie e discorsi di circostanza, “c’est de la merde”… Il dissenso di fondo dai registi cinéphiles come Truffaut, che guardavano al cinema hollywoodiano come a un modello, è palese. E Monteiro non è certo quel tipo di cinéphile: così come João de Deus, pedagogo igienista solo per le apparenze, non è di fatto un pedofilo (amore generico) ma un pederasta (amore sensuale e fisico), egli stesso non vuole essere un cinefilo erudito ma un vero – ci si passi il neologismo – cinerasta, che vive il cinema con la stessa sincera naturalezza con cui João de Deus sodomizza la consenziente Rosarinho (sì, avete indovinato: nello schema allegorico le verginelle siamo noi spettatori), perché il cinema in fondo è proprio questo, una perversione – voyeurismo – alla quale tutti sono consenzienti, ma di cui alcuni si vergognano, ed ecco allora la censura… che serve, infatti, a mascherare l’ipocrisia: così Rosarinho, la cui confessione, sommata a quella di Joaninha, inguaia João, scappa in Finlandia con un industriale già sposato e padre di due figlie, per fare probabilmente le stesse cose che faceva con João, ma protetta dalla rispettabilità del capitale.
È chiaro ormai che per Monteiro la volgarità nell’arte equivale all’immoralità: questa per lui è maggiore nelle uniformi succinte che le commesse (attrici) indossano alla vetrina (schermo) per vendere i gelati (film) americani di quanto lo sia nel corpo nudo che la golosa Joaninha (il femminile del nome João…) offre infine senza veli, ma anche senza secondi fini, alla cùpida vista del suo vampiresco ospite. Già, perché Monteiro attore gioca con la sua rassomiglianza a Max Schreck (il Nosferatu di Murnau) e proietta la sua ombra diabolica zompettando dietro finestre e tendoni. E come Mefistofele, o come il fauno di Mallarmé, cerca di ammaliare le ninfe con la meraviglia della visione, quella del caleidoscopio e quella delle biglie di metallo (che rammentano le stelle nella galassia): visioni povere, evocate con oggetti di tempi non tecnologici, ma ricche di fascinazione cinematografica. E comunque in una “commedia di Dio” il diavolo sta bene, come il vampiro del cinema: il vampiro ruba sangue che non gli appartiene, come João de Deus ruba alle fanciulle una bellezza che non gli appartiene, come João Monteiro ruba cinema a un’industria a cui non appartiene, come gli spettatori rubano immagini a un mondo di fantasmi a cui pensano di non appartenere.
Autore critica:Orio Menoni
Fonte critica:Segnocinema n. 80
Data critica:

7/8/1996

Libro da cui e' stato tratto il film
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