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Spostati (Gli) - Misfits (The)

Regia:John Huston
Vietato:No
Video:Warner Home Video
DVD:MGM
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:dal testo teatrale “The Misfits” di Arthur Miller
Sceneggiatura:Arthur Miller
Fotografia:Russell Metty
Musiche:Alex North
Montaggio:George Tomasini
Scenografia:Stephen Grime, William Newberry
Costumi:Jean Louis
Effetti:
Interpreti:Clark Gable (Gay Langland), Marilyn Monroe (Roslyn Taber), Montgomery Clift (Perce Howland),Thelma Ritter (Isabelle Steers), Eli Wallach (Guido), James Barton (vecchio nel bar), Kevin McCarthy (Raymond Taber)
Produzione:Seven Arts Productions
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1961
Durata:

124’

Trama:

Roslyn è una bellissima donna che ha appena divorziato. Un giorno incontra due vecchi amici, Guido e Guy, che la invitano a passare alcuni giorni di vacanza nella casa di campagna di Guido. Ma i due inaspettatamente si innamorano di lei.

Critica 1:A Reno per divorziare, Roslyn di Chicago si unisce a un cow-boy da rodeo, un garagista e un allevatore che vanno a caccia di cavalli selvaggi. Ognuno dei tre instaura con lei un rapporto diverso; lei s'innamora, ricambiata, del più anziano. Scritto dal commediografo Arthur Miller (con un occhio a Hemingway e qualche eccesso di letteratura), è uno dei film più hustoniani di J. Huston, una trenodia sulla fine dei cavalli nell'America che cambia, ancora la storia di una comunità di sbandati, un ritratto indiretto di M. Monroe, un'analisi del malessere nella società nordamericana. Ultimo film di C. Gable, non molto in forma, e di M. Monroe che, alle prese con un personaggio scrittole su misura, è più luminosa e vulnerabile che mai.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Gli spostati è una trenodia sulla fine dei cavalli nell'America che cambia (Huston: «Viviamo in una società dove i cani mangiano i cavalli»). È ancora una volta la storia di una piccola comunità di sbandati, tre uomini e una donna. Tipici eroi hustoniani, sono personaggi dominati da un mito, la libertà, il cui primo corollario è l'instancabile volontà di indipendenza dalla società, dalle sue leggi, costrizioni, tabù. Una frase ritorna nel film così spesso da diventarne un motivo conduttore ossessivo: «Meglio che stare sotto padrone!».
L'intrigo è semplice, una situazione più che un plot vero e proprio: l'incontro di Roslyn Taber, fulgida chicagoana in soggiorno temporaneo a Reno (Nevada) per ottenere il divorzio, con un terzetto di cowboys i quali, dice l'altra donna del film (T. Ritter), «sono gli ultimi veri uomini anche se sono infidi come lepri». Escluso In questa nostra vita con Bette Davis, lavoro su commissione (in La regina d’Africa e L'anima e la carne la donna ha un peso pari all'uomo, ma è il secondo che conduce il gioco), Gli spostati è il solo film di Huston che fa perno su un personaggio femminile: Roslyn è il motore del racconto.
Ognuno dei tre uomini stabilisce con lei un rapporto diverso: nel giovane Perce Howland (M. Clift) è comprensione e concordanza di sensibilità cui non è estranea la vicinanza d'età; nell'ex-pilota Guido Delinni (E. Wallach), personaggio di colori hemingwayani, è semplice desiderio di possesso; nel maturo Gay Langland (C. Gable) è affetto corrisposto: bisogno di protezione in lei, necessità di stabilità in lui. Con questo quartetto Miller traccia un'analisi del malessere della società americana e della crisi dell'istituto familiare, analisi che talora diventa una patetica meditazione sull'incomprensione e l'incomunicabilità nella vita di coppia.
Gli spostati è anche un ritratto letterariamente obliquo di Marilyn Monroe che Miller ha tracciato sul vivo e che Huston trasforma in un documentario sull'attrice nel senso in cui A bout de souffle è un documentario su Belmondo. La singolarità del film consiste in un transfert: Miller trasporta problemi, inibizioni, frustrazioni che sono degli americani di città tra la rude gente della prateria, tra quei cowboys che ancor oggi, grazie al concorso dei vari canali dell'industria culturale (cinema, TV, letteratura popolare, musica folk), incarnano alcuni miti americani: libertà, indipendenza, vagabondaggio, amore per la natura e gli spazi aperti, gusto dell'avventura e del rischio, competizione.
Qual è la funzione del cowboy nel mondo dell'energia nucleare e dell'automazione? O dare spettacolo nei rodeos come Clift, cioè fare il giullare, o dare la caccia ai mustangs, ai cavalli dell'altopiano: un mestiere rischioso da «veri uomini» che, però, serve soltanto a rifornire i fabbricanti di scatolette di mangime per animali domestici: gli uomini possono essere o illudersi di essere quelli di una volta, ma i tempi sono cambiati, il mondo è diverso.
Qua e là la verbosità di Miller infastidisce e più di una volta il lirismo dei dialoghi («Il tuo sorriso - dice Gable alla Monroe - è come il sorgere del sole ...». Oppure Wallach: «Sono un pilota che non riesce né ad atterrare né a puntare diritto verso Dio») sfiora il kitsch più bieco. Ma lo spartito di Miller ha - attraverso Huston direttore d'orchestra né timido né ossequiente - un'esecuzione finissima. Con un ricorso insistente al primo e al primissimo piano e un'estrema mobilità della cinepresa, il regista sta addosso agli attori con scioltezza, sicurezza, agio ammirevoli. Si sente che tra il regista e i suoi interpreti s'è stabilita un'intesa che nasce da un reciproco rispetto e dalla fiducia nel proprio lavoro: un risultato raro, soprattutto se si tiene conto della tensione e degli incidenti durante le riprese. Ognuno dei quattro personaggi vive, è " qualcosa ", e dalla trama dei loro rapporti il film trae la sua linfa vitale.
Nella partita finale di caccia dove The Misfits assume la lirica accensione di una metafora sulla metamorfosi dell'America, Huston trova lo stato di grazia stilistica dei suoi film migliori, e la Monroe ha un'ottima occasione per mettere in luce le sue latenti e acerbe qualità drammatiche: in un'ideale antologia del suo itinerario d'attrice è una scena che non dovrebbe mancare. La metafora non è limpida, ma la forza del suo impatto visivo è inconfutabile. E le parole finali del film, dette da Gable: «Dirigiti verso quella grande stella... ci riporterà a casa», sono il suggello di un'altissima retorica. Tutto il film, d'altronde, acquista retrospettivamente l'inquieto fascino di un gioco della verità in cui è difficile discernere il confine che separa la realtà dalla finzione, la vita dalla sua rappresentazione: è l'apoteosi di Gable che morì undici giorni dopo la fine delle riprese; la separazione di Marilyn Monroe da Miller, preludio della sua tragica fine, è iscritta in filigrana nel film.
Autore critica:Morando Morandini
Fonte critica:John Huston,l’Unità- Il Castoro
Data critica:

11/1995

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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Autore libro:

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