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Belli e dannati - My Own Private Idaho

Regia:Gus Van Sant
Vietato:18
Video:Vivivideo, Panarecord
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Disagio giovanile, Omosessualità
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Gus Van Sant
Sceneggiatura:Gus Van Sant
Fotografia:John J. Campbell, Eric Alan Edwards
Musiche:Bill Stafford
Montaggio:Curtiss Clayton
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Chiara Caselli, Flea Budd, Rodney Harvey, Udo Kier, Mike Parker, River Phoenix, Keanu Reeves, William Richert, James Russo, Jessie Thomas, Tom Troupe, Grace Zabriskie
Produzione:Laurie Parker
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1991
Durata:

99'

Trama:

Mike Waters, un giovane quasi sempre in preda a convulsioni da astinenza, a causa del continuo abuso di droga, vaga lungo le strade di Portland, nell'Oregon, alla ricerca di una madre forse esistita, di cui sono pieni i suoi sogni e le sue allucinazioni. Gli unici a soccorrerlo e a dimostrargli a modo loro una qualche solidarietà sono altri drogati e sbandati che Mike va incontrando nei suoi precari rifugi. Fra loro Scott Favor, un ragazzo proveniente da una famiglia-bene, il cui padre, sindaco della città, sta cercando affannosamente tramite le forze dell'ordine, ma che, al primo tentativo di rientro, non sa far altro che ricoprirlo di rimbrotti e ingiurie. Il ragazzo torna quindi alla strada e alla scuola di teppismo e depravazione di cui la strada è l'habitat privilegiato, diventando amico di Mike. Ma quando, sulle tracce del vaghi ricordi di Mike, pervengono a un cascinale in degrado, nel quale l'ipotetica madre avrebbe ultimamente prestato servizio, vi incontrano l'avvenente Carmela. Scott se ne innamora e parte con lei senza una parola per Mike, che continua da solo il suo vagabondaggio, procurandosi di che sopravvivere e continuare a drogarsi mediante squallide prestazioni con omosessuali. Rientrato negli Stati Uniti, Scott trova che il padre è morto. Ritorna quindi nella casa paterna per reclamare la propria eredità, voltando le spalle agli amici della sua precedente avventura, per riadeguarsi, con Carmela, al mondo bene dal quale era fuggito per velleitaria protesta.

Critica 1:Storia di due ragazzi di vita e di marciapiede del Nord-ovest che si prostituiscono: Mike, narcolettico e drogato, è alla ricerca della madre; Scott ha scelto i bassifondi in rivolta al padre ricco e potente, ma torna sulla retta via grazie all'amore di una ragazza italiana. Il personaggio è modellato sul principe Hal di Enrico IV di Shakespeare e corredato di un moderno Falstaff. Aduggiato da una greve retorica omosessuale di taglio freudian-americano, riscattato da un raffinato senso figurativo e da belle invenzioni registiche.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:My Own Private Idaho (ci si risparmi la citazione del titolo italiano Belli e dannati, che oltre a travisare lo spirito del film conferma la cronica ì io ia di alcuni distributori italiani) è l'ultima creatura di Gus Van Sant, uno degli autori più interessanti che la galassia del cinema indipendente americano è oggi in grado di offrire. Costruito come un “road movie” dalla rigorosa circolarità, il film mette in gioco tutto un universo di sogni, emozioni e fantasie private dei due giovani protagonisti, proiettate sullo sfondo dell'America post-reaganiana di oggi. Con My Own Private Idaho, Van Sant prosegue la sua personale esplorazione e vivisezione del mondo suburbano e notturno popolato da giovani e meno giovani devianti, tra i quali regna incontrastata la prostituzione, la droga e l'emarginazione. Un mondo che gli è familiare, che egli ben conosce e che analizza con rigore quasi antropologico. Dovendo aiutare Keanu Reeves ad entrare nella parte di Scott, Van Sant si trovava in difficoltà, quando ad un certo punto l'illuminazione lo ha folgorato - “Scott sono Io!”.
In quasi tutti i suoi lavori precedenti, corto o lungometraggi non fa alcuna differenza, Van Sant aveva utilizzato matrici letterarie forti, da Curtis a Ginsberg, a Fogle, sino a William S. Burroughs, vero nume tutelare dell'opera di Van Sant. In My Own Private Idaho due sono gli autori che prepotentemente entrano in gioco nella costruzione della sua struttura narrativa: William Shakespeare e Lewis Carroll. Se il primo ha una paternità solare, evidente e conclamata, le tracce che segnalano la presenza del secondo sono più sommesse e strettamente legate a quella sottile ma resistente traccia onirica e psicoanalitica che sottende a tutto il film. Se le basi del film occhieggiano a precisi modelli narrativi, l'abbellimento, la forma, mette in gioco tutta la sua esperienza precedente di cineasta e un continuo riferimento ad altri autori, che manifestano in modi e intensità diverse, la propria presenza e influenza.
My Own Private Idaho nasce dalla confluenza di tre storie brevi; nella prima Van Sant aveva pensato solo ad una versione modernizzata del-l'Enrico IV, avendo ben preciso dinanzi a sé il modello wellesiano di Chimes at Midnight. La seconda sto-ria, intitolata My Own Private Idaho, aveva come protagonisti due cugini chicanos, dei quali uno narco-lettico. La terza, Blue Funk, aveva al centro della sua attenzione due gio-vani, Mike e Scott; ancora con la pre-senza della narcolessia ma non era-no previsti viaggi e Scott non era così ricco. In realtà già con Switzerland, il film diario realizzato nel 1986, Van Sant aveva affrontato temi e perso-naggi poi sviluppati qui. Protagonista era Mike Schweizer, un ragazzo di strada figlio di un possidente sviz-zero, interpretato da Michael Parker che in Own Private Idaho recita
il ruolo di Digger, uno dei compagni di Scott e Mike. Inscritto in un meccanismo dalla rigorosa circolarità - il film inizia e termina con un attacco di narcolessia di Mike lungo le strade dell'Idaho - My Own Private Idaho procede formalmente tra la ricercatezza di un ritratto barocco e la crudezza del realismo documentario. Struttura portante della narrazione è una visione diadica in perenne oscillazione tra sogno e realtà, normalità e marginalità, ricchezza e povertà, intimità e distanza, consapevolezza e inconsapevolezza, rimi piani e panoramiche. Mike e Scott sono i due poli attraverso cui si svolge questa oscillazione. Mike è alla ricerca di una normalità negata che si illude di raggiungere tentando di ritrovare una madre da troppo tempo perduta. Al contrario, il narcisistico Scott, il cattivo e al tempo stesso l'oggetto di desiderio del film, cerca di affrancarsi momentaneamente dalle proprie radici di ricco borghese, e la sua qualità è quella della istanza; nonostante quacosa di profondo lo leghi a Mike, egli non riesce mai a entrare veramente in comunicazione con lui, a dare tutto se stesso e la sua dimensione resta legata al particolare.
La dimensione onirica che attraversa tutto il film resta intimamente legata al personaggio di Mike. La casa, i ricordi sbiaditi e sgranati come un video super 8, di una infanzia segnata dall'abbandono materno, sono gli elementi su cui essa è costruita. La narcolessia è la risposta fisiologica alla sua impossibilità di connettere la dimensione onirica con quella del reale. Nel momento in cui le immagini sbiadite della madre rinvengono potentemente, tanto da confondersi con quelle del presente, la psiche di Mike cortocircuita: il suo apparato psichico, non riuscendo più a discernere, stacca i contatti onde preservarlo da danni ulteriori. Mike è un personaggio miope, privo di consapevolezza, ed è proprio questa mancanza che paradossalmente preserva la purezza della sua anima. A proposito della sua miopia, Van Sant ha raccontato il curioso episodio a proposito di una sorta di acrostico che un suo amico fece utilizzando il titolo del film; egli scrisse MY, poi O(wn)P(rivate)I(daho) e infine iniziò la frase seguente con una C, ottenendo la parola MYOPIC.
Una psiche disturbata dal conflitto tra il tempo mitico e quello della realtà è il primo punto che lega Mike alla Alice partorita dalla fantasia di Lewis Carroll. Il personaggio di Mike è costruito come doppio di Alice, perennemente in viaggio in un mondo animato da tanti “piccoli mostri” che egli osserva sempre con occhi pieni di stupore e nel film l'incontro con due personaggi ribadisce questa relazione. Il primo è un coniglio che attira l'attenzione di Mike all'inizio del film; il secondo è Daddy Carroll, un cliente omosessuale di Mike, che è un tacito omaggio alla figura del creatore di Alice, senza dimenticare che il primo tentativo registico (incompiuto) di Van Sant aveva il significativo titolo di Alice in Hollywood. Così come Alice desidera tornare al suo Kansas, così Mike vorrebbe tornare al mondo idealizzato della sua infanzia, al suo Idaho privato dove c'è posto solo per lui, una madre dolcissima e una casetta. Ma l'Idaho non è solo il paradiso perduto di Mike, esso incarna il luogo archetipico nel quale confluiscono le mitologie americane: esso incarna la famiglia, la casa, l'appropriazione del territorio, la sconfitta della frontiera.
Se Mìke è legato ad una dimensione onirica carrolliana, Scott, attraverso il suo rapporto con Bob, una sorta di padre putativo psichedelico, si costruisce attraverso una dimensione shakespeariana. Scott e Bob si fronteggiano alla stessa stregua del Principe Hal con Falstaff. La poesia nel rapporto tra Bob e Scott convive con l'ineluttabilità di due esistenze che sono destinate a priori a diver-gere. Scott sa che la sua educazione per essere completa deve necessariamente prendere conoscenza del mondo e di tutte le sue sfaccettature; la sua permanenza accanto a Bob e ai ragazzi di strada rappresenta quel salutare e indifferibile distacco dalle ambiguità del mondo di provenienza. È necessaria l'autoesclusione dal mondo di appartenenza, vivere in un cono d'ombra per poter un giorno riappropriarsi in toto delle sue prerogative. Il suo è un doppio tradimento: nei confronti del padre naturale e di quello putativo, ma per crescere, per affermarsi, egli deve necessariamente uccidere la loro ombra. E nei funerali dei due genitori “traditi” che si svolgono a pochi metri di distanza, l'uno legato alle regole e convenzioni della società “civile”, l'altro carnevalesco e eversivo, si misura tutto l'abisso che la scelta di Scott ha segnato tra sé e il suo recente passato e dove, oscillando lo sguardo tra le due rappresentazioni, segnala un inconfessabile disagio. Ma è l'unico modo per il Principe Hal di divenire Re; ora è lui il nuovo capo clan, in una sorta di malcelata ricostruzione del mito edipico. Se il massiccio, carnale e millantatore Bob è costruito a immagine e somiglianza di Falstaff (e Falstaff è anche la sua marca di birra preferita), è accennato in My Own Private Idaho anche il personaggio di Hotspur Percy: è il cugino di Scott, colui che approfittando della sua assenza si è ritagliato un ruolo importante all'interno della “famiglia” e contro cui Scott, dinanzi al padre, professa il suo atto di sfida. E anche la sequenza dello scherzo che Mike e Scott organizzano alle spalle di Bob sembra essere un burlesque uscito dalla penna del magico Willie.
My Own Private Idaho è forse il film più privato di Van Sant, quello in cui egli si me te in gioco nel modo più totale con i ricordi, le ossessioni private, la sua visione dell'omosessualità, i suoi gusti letterari, pittorici e cinematografici. Portland, città in cui Van Sant vive e lavora da anni, rimane il suo set preferito.
Come in Mala Noche e Drugstore Cowboy, anche in My Own Private Idaho questa città assume un ruolo rilevante, sebbene non esclusivo. E nella frequentazione del mondo dei ragazzi di strada di quell'Hollyood Boulevard dal vago sapore Tudor, che nasce l'idea del film; una Portland particolare che a distanza di pochi mesi dal tempo delle riprese è
profondamente mutata. La paura dell'AIDS ha sconvolto l'esistenza di quel mondo suburbano e notturno. I ragazzi di strada non frequentano più il Boulevard e prendono i loro appuntamenti attraverso segreterie telefoniche; i videoshop porno sono spariti quasi del tutto e al loro posto subentrano negozi di articoli “particolari”. Dice Van Sant che una scena come quella in cui gli “hustlers” raffigurati nelle copertine delle riviste gay si animano e discutono tra loro, oggi sarebbe molto difficile da girare per la quasi totale scomparsa di quegli ambienti.
Appena arrivati a Portland, Mike e Scott si ritrovano sotto il basamento di una statua che raffigura due indiani nell'atto di scrutare l'orizzonte in attesa dell'uomo bianco: “The coming of the white man”. Una statua che ha sempre avuto un fascino particolare su Van Sant, che oltre a raffigurarla nel film l'ha tenuta a mente per il suo Mike quando, solo tra le sperdute vastità dell'Idaho, si scopre a traguardare l'orizzonte. Con gli indiani che secoli prima di lui erano gli unici proprietari delle vaste distese del Nord-Ovest americano, Mike, per una sorta di magica eredità, condivide un senso innato dello spazio e dell'orientamento: “So sempre dove sono da come è fatta una strada. Perciò so di essere già stato qui. Non c'è altra strada che assomigli a questa”.
Nonostante Van Sant sia dichiaratamente gay, i suoi film non rispecchiano fedelmente questa sua scelta sessuale, come dimostrano Drugstore Cowboy e in parte anche questo film, anzi, in un lista ipotetica di quaranta “cose” che egli pensa di avere e di essere, la sua condizione di gay non sarebbe certamente la prima. Forse alla luce di questa sua convinzione si può spiegare il particolare stile in cui egli rappresenta le scene d'amore in My Own Private Idaho. I corpi degli amanti sono raggelati in androgine pose statiche, spogliati della loro sessualità e eversione; l'eros viene bandito e tramutato in rigor mortis.
Tra i film di Van Sant questo è sicuramente il più ambizioso e complesso, a fronte di una apparente minore compattezza rispetto a Mala Noche e Drugstore Cowboy, i suoi due lavori precedenti. Da un punto di vista formale non si può non constatare la ricercatezza e il gusto tutto pittorico nella costruzione delle inquadrature proprio di Van Sant. Tra panoramiche seducenti, primi piani carichi di emozione e dialoghi shakespeariani, egli costruisce brani di realismo documentario come nelle sequenze in cui i giovani si scambiano le proprie storie, i racconti (raggelanti) dei loro approcci con quel mondo, e riprende l'idea, che aveva già utiliz-zato in Drugstore Cowboy, di realiz-zare inserti girati in uno stile ama-toriale dal vagamente naïf come quello di un super 8. Se l'ima-gery di Van Sant è sicuramente ori-ginale e di gran qualità, di certo egli non rinuncia al gusto della citazione. Ce n'è per tutti i gusti: da Lynch a Pasolini, da Warhol a Fassbinder, il film come Pollicino lascia piccole ma significative tracce sui gusti cine-matografici di Van Sant. A David Lynch - oltre a condividere un comune amore e interesse per la pittura - lo lega l'ambientazione di My Own Private Idaho che al pari dell'ultimo prodotto lynchiano (Twin Peaks) si situa tra gli sconfinati e alquanto emarginati (cinematograficamente) luoghi del Nord-Ovest americano. Ad ogni modo non passa inosservata una precisa citazione di Lynch, quando Udo Kier improvvisa nell'albergo di Seattle uno spettacolo cabarettistico con tanto di lampada, palese citazione della performance di Dean Stockwell in Velluto blu. Il personaggio di Hans è stato costruito proprio pensando a Kier, un attore che costituisce un punto nodale di fondamentale importanza che lega il suo cinema a quello di Warhol e Fassbinder (e Morissey). Se l'approccio di Van Sant con l'estetica warholiana si compie a partire da Trash, è a Blow Job che si riferisce in modo compiuto in My Own Private Idaho, e precisamente per la scena della fellatio, in cui l'inquadratura, pur non mostrando i genitali, riesce a dare una “fedele” registrazione dell'evento. A Fassbinder è dedicata l'ultima inquadratura del film: una inquadratura volutamente non risolta, carica di ambiguità, nella quale Mike colpito da un nuovo attacco si ritrova disteso sul nero asfalto di una strada dell'Idaho. Addormentato e inerme come un cadavere, viene derubato dell'unica cosa di valore posseduta: le scarpe. Così come Franz, il protagonista de Il diritto del più forte, che non viene rispettato neppure da morto, derubato degli ultimi spiccioli da due ragazzini impertinenti nei sotterranei della metropolitana. Dopo essere stato derubato delle scarpe, Mike viene caricato da un automobilista di passaggio, ed è qui che Van Sant volutamente scarta dall'idea di un finale chiuso: pietas umana o l'inizio di nuovi orrori?
Libero e convincente, trasgressivo ma non volgare, My Own Private Idaho è prova matura e concreta, delimitato da sconfinati orizzonti solcati da neri nastri d'asfalto e cieli ciminiani dall'azzurro carico in cui le nuvole occorrono a cento all'ora. In questa terra di nessuno le creature di Van Sant si muovono alla continua ricerca di un equilibrio possibile, con la stessa caparbietà con cui i salmoni risalgono la corrente dei fiumi del Nord-Ovest; un equilibrio, un “Idaho privato” diverso per ognuno di essi, ma che ad essi rimarrà comunque negato. Ed a questi personaggi senza prospettive va comunque l'affetto di Van Sant e dello spettatore.
Autore critica:Fabrizio Liberti
Fonte critica:Cineforum n. 314
Data critica:

5/1992

Critica 3:
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