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Brotherhood - Brotherskab

Regia:Nicola Donato
Vietato:No
Video:
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Diritti umani - Esclusione sociale, Diritti Umani - La libertà, Omosessualità
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:
Sceneggiatura:Rasmus Birch, Nicolo Donato
Fotografia:Laust Trier Mørk
Musiche:Jesper Mechlenburg, Simon Brenting
Montaggio:Bodil Kjærhauge
Scenografia:Thomas Ravn
Costumi:Ole Kofoed
Effetti:
Interpreti:Thure Lindhardt, David Dencik, Nicolas Bro, Morten Holst, Claus Flygare, Hanne Hedelund, Lars Simonsen
Produzione:Asta Film
Distribuzione:Lucky Red
Origine:Danimarca
Anno:2009
Durata:

90’

Trama:

Lars lascia l'esercito ed entra a far parte di un gruppo neonazi, che organizza raid punitivi contro arabi e omosessuali. L'apprendistato alla "fratellanza" è duro e Lars viene affiancato dal mentore Jimmy incaricato di testarne l'affidabilità e la preparazione sui testi fondamentali stile Mein Kampf. Imprevedibilmente, tra i due scoppia la passione. Un'amore vissuto in segreto, finchè alla fine le regole razziste e violente del gruppo metteranno gli amanti di fronte all'inevitabile contraddizione: tradire i "fratelli" di ideologia o tradire l'altro e i propri sentimenti. Qualunque sia la scelta, porterà dritti alla violenza, fisica o mentale.

Critica 1:Maschi, incontri ravvicinati..
Che cosa vuole dire essere un uomo, oggi? Se lo sta chiedendo tutto il cinema occidentale e non fa eccezione Brotherhood, il lungometraggio di esordio del regista italo-danese Nicolo Donato che ha vinto l’ultima edizione del festival di Roma, storia dell’incontro fra un omosessuale conclamato e un omosessuale nascosto all’interno di un gruppo di neonazisti.
L’idea di esplorare la mascolinità mettendo in discussione le icone virili non è nuova, basti pensare ai cowboy gay di Brokeback Mountain. In Brotherhood, in mezzo al gruppo di «sfigati che vogliono reclutare altri sfigati» e che sono talmente a caccia di sangue nuovo da non accorgersi che una recluta è apertamente omosex, il giovane Lars (Thure Lindhardt), congedato dall’esercito proprio a causa delle sue preferenze sessuali, entra in un’altra comunità che esalta il machismo più stereotipato, e lo fa anche perché vede nel gruppo Jimmy (David Denick), tanto apparentemente macho quanto sotterraneamente omo.
Una delle prime sfide che i neonazi pongono all’ingresso di Lars nel loro gruppo è così impostata: «Se sei un uomo lo farai», gli dice il capo, Kilo (Nicolas Bro).
«Non c’è neanche un briciolo di uomo in te», lo apostrofa invece la madre (castrante, come da stereotipo “mamma di gay”) alla notizia che Lars ha lasciato l’esercito.
«È un piacere avere con noi un vero uomo », annuncia invece il guru dei neonazi, classico cattivo maestro. Tutta questa retorica sulla mascolinità si scontra poi con le espressioni concrete che il maschile trova nella quotidianità e che Lars incarna non in quanto gay, ma in quanto essere umano che si pone delle domande e va alla ricerca della propria identità.
Brotherhood tracima anche di relazioni intime maschili ben oltre quella omosessuale: Jimmy ha un fratello fragilissimo, Patrick (Morten Holst), di cui deve prendersi cura come un padre; il padre di Lars è un invertebrato che non può insegnare nulla al figlio in tema di virilità; Jimmy cerca nell’esercito e nel gruppo neonazi una fratellanza, come dice il titolo del film, ovvero un universo di relazione esclusivamente maschile, in cui i legami siano simili (e si spera migliori) a quelli di sangue.
Ogni elemento di Brotherhood contribuisce alla ricerca contemporanea, dentro e fuori il grande schermo, di una nuova identità di genere. Il fatto che Lars e Jimmy si innamorino permette loro di abbandonare gli schemi, anche solo temporaneamente, e ritrovare un orizzonte di libertà nell’autodefinirsi come esseri umani capaci di dare e ricevere amore prima che come rigide icone di una virilità che nessuno dei due sente più vera. Non è un caso che Lars rappresenti il dialogo e la comunicazione: è lui che ha le idee migliori per promuovere i neonazi e catturare l’attenzione dei media, ed è sempre Lars ad avviare un dibattito all’interno del gruppo che il leader sembra accogliere con curiosità. Ma quando la propensione di Lars a comunicare si trasforma nella capacità di scardinare gli assunti del sistema, allora il giovane uomo va epurato, insieme a tutti quelli che ha “contaminato” con la sua capacità critica.
La riflessione di Brotherhood sul maschile contemporaneo è interessante, anche se non espressa in modo particolarmente originale (il piccolo film inglese This is England l’affrontava con più incisività e meno sensazionalismo), ma per noi italiani può essere ancora più interessante ciò che il film lascia intendere sul rapporto ambiguo e ipocrita fra potere politico e derive estremiste: i leader del movimento neonazi, ad esempio, sono ben contenti di apparire sui giornali grazie alle loro gesta violente, ma raccomandano ai giovani di “non picchiare i gay troppo forte”, sennò i vertici rischiano guai giudiziari. «Il consiglio non vuole sapere dei vostri volantini », dice Kilo a Lars, un secondo dopo essersi complimentato privatamente con lui per quegli scritti pieni di odio e di incitazioni alla violenza. Anche la nuova maggioranza conservatrice che è oggi al potere nell’ex socialista Danimarca, ricorda il regista Donato, fa opera formale di condanna alle derive xenofobe (parte fondante dell’agenda neonazi) ma avvia politiche di immigrazione sempre più restrittive, mandando un messaggio di implicita approvazione verso quell’antico sciovinismo che è l’espressione più retriva del maschile nel mondo. E il marcio non è solo in Danimarca.
Autore critica:Paola Casella
Fonte criticaEuropa
Data critica:

3 luglio 2010

Critica 2:Tragedia un po' greca e un po' shakespeariana, melodramma (poco) erotico e antieroico alla Ang Lee, film politico moderno, Fratellanza- Brotherhood , è un po' tutto questo. Con qualche piccola discontinuità e un'intensità intermittente rispetto ai modelli. Nicolo Donato, con alcune trascurabili sbavature, si impelaga in un argomento difficile impiantandovi una storia rischiosa. Che parla di morale pubblica, intima e politica, senza moralismi, che va a toccare nervi scoperti nel nostro mondo razzista e terrorizzato. L'amore gay ai tempi del neonazismo, attraverso una serie di sguardi laterali su una società frammentata. Lars (Thure Lindhardt) è un militare congedatosi per la frustrazione di una carriera repressa dal potere e, forse, dai suoi squilibri; Jimmy (David Dencik) è un neonazista convinto, figlio dell'estrema destra moderna, tutta disagio sociale ed emarginazione, anche e forse soprattutto sentimentale. Una strana coppia che presto svilupperà un rapporto strettissimo, prima emulativo poi passionale. Lars trova nel gruppo nazi un porto dove sfogare e convogliare la sua rabbia, il suo odio; Jimmy è inserito in quel contesto, tanto da non trovare contraddittorio l'ecologismo che gli fa curare le piante con attenzione rispetto alla violenza delle sue convinzioni (d'altronde, Buchenwald è un mostruoso inferno costruito in un bosco meraviglioso e a due passi dalla colta e vezzosa Weimar). Il secondo educherà il primo alla sua ideologia ottusa, tra letture del Mein Kampf e analisi politico-economiche distorte. Ma tra una pagina e una birra, nasce qualcos'altro. Inaccettabile per la loro inevitabile omofobia, per quelle convinzioni-convenzioni dietro cui si fanno forti. E qui Brokeback mountain diventa più che un riferimento: ai cowboy si sostituiscono due ragazzi con doppie S tatuate vicino alle svastiche, la casa di Jimmy è la loro tenda. E la fine è inevitabile per chi non sa, né vuole capire il diverso. Anche se vicinissimo a te. Donato ha il merito di mostrarci una realtà preoccupante in Europa senza rifilarci il polpettone sociopolitico, con un melodramma sentimentale mai fine a se stesso. Un film, una storia, che impattano violentemente contro i pregiudizi di tutti, da una parte e dall'altra. L'amore diverso e possibile alberga anche nei cuori neri e fa male a tutti (ri)conoscerlo. Donato ha rischiato aggressioni politiche (e fisiche), ma non si è fermato. A farlo ci pensa però la solita ridicola censura italiana. Che proibisce ai minorenni la visione per una scelta etica, visto che la scena di sesso, pur passionale, è castissima, e la violenza, pur dura, è ben al di sotto di molti prodotti delle major. Il film è distribuito da Lucky Red, che già con Il grande capo di Von Trier pagò una scena di sesso anale solo paventata.
Autore critica:Boris Sollazzo
Fonte critica:Liberazione
Data critica:

2 luglio 2010

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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