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Allievo (L') - Apt Pupil

Regia:Bryan Singer
Vietato:No
Video:Columbia
DVD:Columbia
Genere:Drammatico
Tipologia:Diventare grandi, Le diversità
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal racconto "Un ragazzo sveglio" (in "Stagioni diverse") di Stephen King
Sceneggiatura:Brandon Boyce
Fotografia:Newton Thomas Sigel
Musiche:John Ottman
Montaggio:John Ottman
Scenografia:Richard Hoover
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Ian McKellen (Kurt Dussander/Arthur Denker), Brad Renfro (Todd Bowden), Bruce Davison (Richard Bowden), Ann Dowd (Monica Bowden), Elias Koteas (Archie), David Schwimmer (Ed French), Joshua Jackson (Joey), James Karen (Victor Bowden), Marjorie Lovett (Agnes Bowden)
Produzione:Bad Hat Harry
Distribuzione:Columbia
Origine:Usa
Anno:1998
Durata:

111’

Trama:

California. Todd è un ragazzo di sedici anni, appassionato di storia. Dopo alcune ricerche, scopre che il suo anziano vicino, Kurt Dussander, è un ufficiale nazista in “pensione”, ricercato dalla polizia internazionale. Todd entra in contatto con il vecchio gerarca, ma, invece di denunciarlo, decide di farsi raccontare la sua vita. Con il passare dei giorni il ragazzo è sempre più affascinato dai racconti del vecchio e in lui si fa strada il fascino perverso del male. Tra i due si crea un legame fatto di ricatti e umiliazioni e Todd si trasforma da bravo ragazzo in un malvagio assassino, privo di scrupoli. La polizia non tarderà a scoprire la vera identità del vecchio gerarca, che sfuggirà al giudizio suicidandosi, mentre il ragazzo, diventato abile manipolatore, dimostrerà la sua innocenza con scaltrezza machiavellica.

Critica 1:Probabilmente L'allievo sarà, col senno cinematografico di poi, il film più terrorizzante fra i molti ispirati dallo scrittore best seller Stephen King. Che qui racconta, entrando nel sottosuolo della coscienza, non una stoffa di ordinaria paranormalità, ma l'esperienza di un teenager americano di provincia, interessato a saperne di più sull'Olocausto, che scopre nel suo vicino di casa, sotto l'aria del buon nonno e con falso nome, un ex gerarca nazista. Lo scopre e lo ricatta, per farsi sadomasochisticamente raccontare l'esperienza diretta dei campi di sterminio, magari con la complicità teatrale di una vecchia divisa. Ma il rischio è che il Male lo contagi, che passi di padre in figlio, che sia impossibile da estirpare: è questo che suggerisce il finale, dopo che il dramma sarà sfuggito al controllo. Perché il film non ha pretese storiche, ma va più in là: come Il servo di Losey, è una stoffa a doppia faccia sul rapporto padrone-servo, sulle dinamiche del controllo psicologico, tanto che lo straordinario Ian McKellen evidenzia compiaciuto come il vecchio riprenda gusto a travestirsi da SS e addirittura batte i tacchi, come neppure King, pur abituato agli onori, aveva osato immaginare. A metà strada tra un giallo (c'è il morto con la sua brava inchiesta) e il dramma sull'infanzia di un capo, per dirla con Sartre, «L'allievo» è un ottimo modo per lanciare l'allarme su quel ventre che genera sempre mostri. Per di più il regista Singer se ne intende di Maligni e l'adolescente Renfro ha la giusta carica di ambiguità per risultare seducente, allievo d'una materia senza nome.
Autore critica:Maurizio Porro
Fonte criticaCorriere della Sera
Data critica:

7/11/1998

Critica 2:Il film vuole essere una riflessione sul fascino del male, su quanto esso possa pervadere le menti più deboli e possa assumere sembianze mai scontate. È Todd la dimostrazione di quest’assioma. Il ragazzo sedicenne è quel che si dice un “allievo modello”, bravo a scuola, appassionato di storia, curioso, in gamba.
All’inizio si avvicina al vecchio gerarca nazista come un nipotino si avvicina al nonno, interessato a conoscere la sua vita. E quando scopre il tremendo passato dell’uomo e lo ricatta per farsi raccontare le vicende della guerra, egli agisce spinto dalla curiosità di rendere reale la Storia che si legge solo nei libri. Per cui la devianza che penetra in Todd è da imputare esclusivamente al “cattivo maestro” incontrato per la via: l’adolescente, infatti, si fa affascinare dai racconti del nazista, si fa accompagnare per mano nei meandri piacevoli del crimine (si veda, ad esempio, la scena in cui Dussander chiude Todd in cantina e lo costringe a uccidere un barbone da lui già picchiato), e infine viene obbligato a sostituirsi a lui quando questi decide di suicidarsi.
Il ruolo di Dussander è dunque quello che dovrebbe assumere ogni bravo educatore: affascina il proprio interlocutore fino a farlo diventare coscientemente un educando, asseconda le indicazioni del ragazzo, gli permette di sperimentarsi in maniera protetta, lo forma e lo lascia camminare con le sue gambe affinché l’educando possa diventare non solo educato ma anch’egli, a sua volta, un educatore e possa succedere a lui. L’unico problema è che il percorso seguito da Todd non porta verso l’acquisizione di un’etica, ma, al contrario, di un’anti-etica, non conduce verso un inserimento quieto nel contesto civile, ma verso un arbitrario e utilitaristico uso delle regole sociali (si pensi a quando Todd ricatta lo psichiatra della scuola, minacciando di rivelare a tutti la sua presunta omosessualità).
L’anziano uomo diventa così l’antieroe del film, colui che capovolge il consolidato assunto secondo il quale i vecchi, grazie alla loro saggezza, dovrebbero essere portatori di un sicuro e saldo sistema di regole morali, mentre i giovani, ancora privi delle più importanti esperienze di vita, hanno bisogno di tempo per assimilarlo completamente. In questo sorprendente capovolgimento della routine sociale – capovolgimento sottolineato all’inizio e alla fine del film dal ricorso alla figura geometrica del cerchio, nel primo caso disegnato alla lavagna, nel secondo sovrimpresso sul volto di Kurt morente – non sorprende che anche Todd impari molto in fretta: quando il ragazzo osserverà impassibile la morte del proprio formatore (evento che dovrebbe comunque rappresentare un climax esistenziale per chi perde la propria figura educativa di riferimento), egli avrà fatto propria la demoniaca dipendenza dal male cui era affetto il vecchio nazista. L’atteggiamento di Kurt di fronte all’agonia di un ebreo, immaginiamo, non doveva essere poi molto diverso dall’indifferenza mostrata dal ragazzo di fronte all’espiazione del suo maestro.
Più che una riflessione sull’efferatezza del nazismo e di ogni dittatura, il film diventa così uno “studio” sul fascino del male, sul lato negativo dell’animo umano che alberga in ognuno di noi e sulla fragilità della costruzione del sé. L’ideologia nazista è quindi trattata come una possibile faccia del male, tra le tante. Todd, aspetto pulito, ragazzo “normale”, è un’altra di queste facce, forse una delle peggiori perché nascosta dietro le sembianze di un tranquillo adolescente.
Autore critica:Marco Dalla Gassa
Fonte critica:Aiace Torino
Data critica:



Critica 3:Siamo nel 1984. Da quasi quarant'anni il satanico Kayser Sose vive nascosto da qualche parte in California. Per l'occasione, la sua diabolicità multiforme ha preso le sembianze d'un criminale nazista, uno dei boia che gestirono con cura e applicazione da archivisti lo sterminio di ebrei, di zingari e di tanti altri Untermenschen, di tanti altri sottouomini. Conosciuto dai vicini come il banale, grigio immigrato tedesco Arthur Denker, il suo, vero nome è Kurt Dussander (Ian McKellen), ma potrebbe essere anche Adolf Eichmann, se le ceneri del "solerte" sterminatore non fossero state disperse nel mare d'Israele già da 23 anni. È inutile cercare nei titoli di L'allievo (The Apt Pupil, Usa, 1998) qualche riferimento a Kayser Sose. Piuttosto, conviene riandare con la memoria a I soliti sospetti (1995). In quel suo secondo film - raffinato e insieme di grande successo -, Bryan Singer raccontava d'una presenza inafferrabile e mostruosa, d'una malefica entità il cui stesso nome era avvolto nel mistero: Kayser Sose, appunto. Claudicante come talvolta il luogo comune popolare vuole sia il demonio - il motivo di questa credenza è esso stesso demoniaco, in quanto riferito all'odio persecutorio nei confronti dei deboli -, allora il Male sfuggiva a qualunque controllo, a qualunque sforzo "razionale" di definirlo, limitarlo, vincerlo. E ora, appunto, pare riemergere spaesante nella normalità quieta d'un quartiere residenziale e, ancor più, nell'anima dello studente liceale modello Todd Bowden (Brad Renfro). Al centro di L'allievo, infatti, non c'è solo un Male che appartiene al passato, di cui ci si vuole e ci si può rendere conto, così definendolo, limitandolo, vincendolo. C'è, anche e soprattutto, un Male che sfugge a ogni volontà di controllo, e che contagia il presente allungando sul futuro la propria ombra cupa. La sua immagine più angosciante è, per altro, proprio quella che viene dal passato e che Todd riconosce o, meglio, intuisce in Arthur/Kurt. Su questa intuizione, e sul suo pathos ambiguo, Singer costruisce il film: sulla tensione emotiva che divide e insieme unisce il vecchio e il giovane, ognuno vittima e insieme persecutore dell'altro. Se in I soliti sospetti tendeva ad ampliare l'ambito narrativo, spostandone di continuo il fulcro d'attenzione - e alla fine dissolvendone ogni possibilità di coerenza e realismo -, ora invece tende a restringerlo, e quasi lo riduce al crudele gioco di dominio che s'instaura tra Kurt e il ragazzo, nell'angustia d'una cucina. Qui, come in un luogo chiuso dell'anima Todd obbliga il boia a qualcosa che, di per sè, si direbbe impossibile. Ricattato e ridotto a niente, prigioniero di quella stessa paura che, quarant'anni prima, ha amministrato come un contabile dell'orrore, Kurt racconta. Ossia: trae i suoi singoli "atti amministrativi" fuori dal loro succedersi indifferente - così almeno devono esser parsi a chi, a quel tempo ne aveva fatto prassi burocratica-, e tenta di inserirli in un discorso, di legarli l'uno all'altro secondo criteri di senso. Questo appunto affascina il suo interlocutore: il senso di un accadere che pure sembra rifiutare qualunque senso. Le parole di questo boia ormai vecchio - e, in quanto vecchio, reso dal decadere del corpo stranamente "incredibile" nel suo ruolo di boia - danno immagini a ciò che è inimmaginabile, anche nel significato di irrappresentabile. Le inquadrature più crudeli di L'allievo, infatti, non passano sullo schermo, ma direttamente nella mente - nell'immaginazione - di Todd (oltre che in quella dello spettatore). È in questo film mentale che si finisce per riconoscere Kayser Sose. Ossia: la narrazione di Kurt evoca un Male assoluto che vive in e di se stesso, inafferrabile e indefinibile, e che ha capacità diffusive, come di contagio. Questo Male, appunto, invade Todd, s'incarna in lui, allievo ormai degno del suo vecchio maestro. Il mostruoso abita in noi come una possibilità che sempre si dà, come una malattia sempre in agguato, pare dica Singer (e con lui Stephen King, autore del, soggetto). È questo, certo, che dà al film la sua particolare suggestione: questa assolutizzazione del Male, questa sua mostruosità. D'altra parte, è questo anche il suo limite. Da un lato, nello sforzo di assolutizzare e render mostruoso, appunto, Singer finisce per cadere in qualche luogo comune di genere (un gatto che rischia di finire nel forno, e che forse ci finisce davvero; il solito "morto" che, d'improvviso, risorge minaccioso). Soprattutto, stempera e smarrisce l'intuizione iniziale: quella per cui il vecchio boia è grigio, normale, banale. Quanto poi al significato di questa banalità, valgano le parole di Hannah Arendt. Di uomini come Eichmann, scrive, ce n'erano tanti: «non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali».
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Sole 24 Ore
Data critica:

22/11/1998

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Ragazzo sveglio (Un) (nella raccolta "Stagioni diverse")
Autore libro:King Stephen

A cura di: Redazione Internet
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